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DINAMICHE PSICOSOCIALI E CULTI
DISTRUTTIVI
I libri che presentano le “religioni”, i loro riti, le loro scritture sacre, riempirebbero milioni di volumi con contenuti anche in violento contrasto tra loro. Queste differenti realtà concordano però in una verità: “L’uomo è un essere spirituale, un essere religioso”, che non si limita ad accettare la vita così come gli è data ma tende al mistero, all’infinito, alla trascendenza. Cerca una risposta universale e definitiva a quegli interrogativi esistenziali che da sempre si è posto: “…da dove vengo?…perché esisto?…dove vado?…”.
Oggi come non mai, la scienza e la tecnologia aprono nuove frontiere e sfide davanti alle quali l’individuo molte volte si trova impreparato e smarrito. I profondi mutamenti culturali in corso si portano dietro l’idea che il mondo stia per addentrarsi in un’era nuova. Ora che tutto muta, la necessità di “nuove” sicurezze per l’uomo odierno diviene imperante.
Spesso, allontanati dalle religioni tradizionali, perché ritenute troppo compromesse con le società opulente, molti restano comunque interessati ad un messaggio spirituale, profetico, radicale e soprattutto alternativo all’ordine e ai valori della società contemporanea. La riscoperta del sacro e del magico in un mondo in “frantumi” diviene necessità ideologica per ricomporre quei brandelli di “umanità perduta”.
È in questa continua ricerca di significati e di risposte che i leader di culti “distruttivi” pescano a piene mani. Mietono tra le insicurezze e le fragilità, tra le necessità e le paure di una società allo sbando, usano la “dottrina” come contenitore di desideri, di vuoti esistenziali o di solitudini.
Ricerche di psicologia delle masse hanno da tempo evidenziato come l’individuo sia fortemente influenzato dal fatto di trovarsi a far parte di una comunità riunita in un certo luogo geografico. Fattori come tradizione, cultura, famiglia di origine, amicizie e periodo della storia nel quale un individuo si trova a vivere, formano l’humus sociale capace di plasmare un soggetto e renderlo così come egli è.
L’interpretazione soggettiva della realtà è una questione sociale oltre che individuale, la conoscenza del mondo in cui viviamo dipende non soltanto dai nostri sensi, ma anche dal fatto che ci accordiamo con i nostri simili sui significati condivisi relativi al mondo esterno.
Riferendosi a questa idea, gli studiosi moderni parlano di “costruzione sociale della realtà”. Per questo l’agire di un individuo è sempre in forte misura influenzato dal fatto che egli si trova a far parte di una “massa” dove determinati modi di reazione vengono resi possibili ed altri resi difficili, e questo per il semplice fatto che l’individuo si sente parte di questa “massa”.
Esperimenti di psicologia sociale sono stati condotti per far luce sui modi in cui le persone possono essere influenzate, sia come gruppi sia come individui. Questi studi hanno dimostrato l’incredibile potere “delle tecniche di modificazione comportamentale, del conformismo e dell’obbedienza all’autorità”. Tre fattori determinanti, noti come “processi di condizionamento”.
Le leadership di culti distruttivi d’ogni genere comprendono bene le potenzialità e le aree operative cui applicare le tecniche in questione. Per questo motivo, “il controllo mentale” operato da questi culti nel tempo è diventato sempre più scientifico, potendosi avvalere dei molteplici studi condotti sul potenziale umano.
Studiosi del settore definiscono un culto distruttivo: un qualsiasi gruppo,
- senza tener conto di ideologia, dottrina, credo
- nel quale si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della famiglia, del suo entourage e della società, al fine di condurla a aderire senza riserve e a partecipare ad un’attività che attenta ai diritti dell’uomo e del cittadino. Un culto distruttivo, quindi, si distingue da un normale gruppo sociale o religioso principalmente per il suo ricorrere all’inganno, per trattenere al suo interno gli adepti.
La forma di controllo mentale praticata da questi culti è un processo a carattere sociale. I metodi usati vanno dai procedimenti ipnotici alle dinamiche di gruppo che spesso coinvolgono molte persone a loro volta pronte a replicare il processo. Il controllo si ottiene inserendo un individuo all’interno di un contesto sociale in cui è obbligatorio rimuovere la vecchia “personalità” e aderire a quella imposta dal gruppo. L’individuo fa propria un’ideologia totalitaria che, interiorizzata, ha il sopravvento sul suo precedente modo di pensare.
Lo psicologo Steven Hassan spiega:
“La mente umana ha bisogno di schemi di riferimento per strutturare la realtà. Cambiate lo schema di riferimento e l’informazione in arrivo verrà interpretata in un altro modo…Il nostro sistema di credenze ci permette di interpretare le informazioni, prendere decisioni e agire secondo ciò in cui crediamo. Quando le persone vengono sottoposte a processi di controllo mentale, la maggior parte di esse non dispone di schemi di riferimento per tale esperienza e di conseguenza accetta quelli forniti dal gruppo.”
Secondo la teoria di Leon Festinger, studioso di psicologia sociale: la tecnica di “cambiamento” degli schemi di riferimento, consiste nel creare una dissonanza cognitiva negli interlocutori. Questa teoria trova conforto nel fatto che ogni individuo, davanti a un’esperienza di discordanza tra gli elementi conoscitivi in suo possesso, esercita una pressione tendente a ridurla, tanto maggiore quanto più forte è la discordanza. La riduzione si può ottenere aggiungendo nuovi elementi coerenti. A seconda delle circostanze, si può avere anche cambiando gli elementi raziocinanti o diminuendone l’importanza.
Festinger scrive :“...la dissonanza cognitiva consiste nella nozione che l’organismo umano tende a stabilire un’interna armonia, coerenza e conformità tra le sue opinioni, atteggiamenti, conoscenze e valori. Esiste cioè una tendenza alla consonanza tra le cognizioni….. Riferendoci all’ipotesi di base che la presenza della dissonanza dà luogo a pressioni tendenti a ridurla, possiamo ora esaminare i modi in cui la dissonanza che segue alla acquiescenza forzata può venire ridotta. Trascurando il cambiamento d’importanza delle credenze e dei comportamenti coinvolti, esistono due modi con i quali la dissonanza può venire ridotta, cioè diminuendo il numero delle relazioni dissonanti, o aumentando il numero di quelle consonanti….Quando l’importanza della punizione minacciata o della ricompensa promessa è stata sufficiente a provocare il comportamento esteriore acquiescente, si dà dissonanza soltanto fino a che la persona implicata continua a mantenere le opinioni o le convinzioni che aveva all’inizio; se in seguito all’acquiescenza forzata riesce a cambiare anche le sue opinioni personali, la dissonanza può sparire completamente…,se si vuole ottenere un mutamento personale di opinione al di là della mera acquiescenza pubblica, il modo migliore per ottenerla consisterebbe nell’offrire una punizione o una ricompensa appena sufficiente per provocare il comportamento esteriore. Se la ricompensa o le minacce fossero troppo grandi, si creerebbe una dissonanza minima e non dovremmo attenderci che ad essa segua un mutamento
personale”.
Ogni individuo, di solito, tende alla coerenza con se stesso. Le sue opinioni e i suoi atteggiamenti mirano ad armonizzarsi con la conoscenza, o credenza che egli ha di se stesso o del mondo che lo circonda.
In presenza di una incoerenza tra ciò che egli crede e ciò che fa, l’individuo prova un forte disagio psicologico, che lo spingerà a ridurre questa incoerenza per ottenere di nuovo un comportamento coerente. L’individuo non solo tenderà a ridurre il suo comportamento incoerente, ma eviterà situazioni e conoscenze che aumenterebbero probabilmente il suo sentirsi incoerente.
E’ proprio facendo leva su questa esigenza di coerenza, che i culti “distruttivi”, manipolando le informazioni, mirano a indurre acquiescenza nelle persone.
Secondo Robert Jay Lifton, psichiatra e ricercatore statunitense, il controllo del contesto sociale passa attraverso sofisticate tecniche condizionanti. Il capitolo che tratta questa selezione porta il titolo: “Culti: totalitarismo religioso e libertà civili ”. Qui commenta ciò che egli definisce “totalitarismo ideologico”, ovvero l’ambiente in cui veniva praticata la riforma del pensiero, così come lui la apprese durante e subito dopo la guerra di Corea.
Lifton condusse la sua ricerca nel 1956, a Hong Kong, su una quarantina di persone sottoposte a tecniche d’indottrinamento. Egli identificò gli elementi base, nella tecnica usata dai comunisti cinesi per influenzare ideologicamente le masse.
Si rielaborarono quindi questi schemi. Essi ponevano in rilievo: la perdita dell’individualità della persona, la sua immersione in un gruppo, l’isolamento e la manipolazione delle informazioni, col fine di rendere l’individuo un sottomesso seguace. Si notò che questi si differenziavano, nelle loro impostazioni dagli schemi classici del “lavaggio del cervello”.
Questo procedimento assunse il termine di “riforma del pensiero” o “controllo mentale”, tecnica questa, che è stata definita: una combinazione della forza esterna coercitiva con l’appello ad un entusiasmo interiore.
La “riforma del pensiero” è più sottile e raffinata del lavaggio del cervello: la vittima non è mai minacciata apertamente, ma persuasa, manipolata, ingannata. Di solito risponde positivamente al procedimento cui è sottoposta: coloro che la esercitano sono considerati suoi amici, suoi pari. Per questo, i naturali meccanismi di autodifesa non entrano in azione. Così la potenziale vittima collabora spontaneamente con i suoi controllori, fornendo loro informazioni personali e non immaginando, nemmeno lontanamente, che queste all’occorrenza potranno essere usate contro di lei.
Un nuovo sistema di credenze e valori viene così progressivamente interiorizzato, ideandosi in una nuova identità.
Lifton nei suoi studi aveva identificato otto elementi base nel controllo mentale o riforma del pensiero, che costituiscono di per sé una notevole pressione sociale o di gruppo, verso l’assolutismo ideologico:
“Controllo dell’ambiente”. Consiste nel controllo di ogni forma di comunicazione, in un dato contesto sociale. La dirigenza con questo procedimento mira a gestire la comunicazione interna degli individui, quindi l’imposizione di un forte controllo dell’ambiente è strettamente legato al processo di cambiamento dell’individuo. Attraverso processi di gruppo, i culti tendono a divenire isole di totalitarismo nell’ambito della società circostante, che viene vista nel complesso propria antagonista. Viene delineata quindi una “chiusura personale”.
“Manipolazione mistica”. Negli adepti viene indotta una spontaneità pianificata, diretta dalla dirigenza che esercita dall’alto il controllo. Essa, però, sembra sorgere spontaneamente dall’interno degli affiliati, poiché la manipolazione non viene recepita da questi come tale. Questa “spontaneità programmata” si ottiene facendo sì che i leader siano accettati come i mediatori tra i discepoli e la dottrina, ponendosi così, di fatto, come salvatori o fonti di salvezza. I principi dottrinali vengono esposti con autorità e rivendicati come esclusivi, ponendo quel particolare culto e i suoi dogmi come l’unica vera via di salvezza. La forza della manipolazione mistica che ne scaturisce, giustifica tutte le decisioni e le azioni che i vertici compiono, e come spesso accade, giustifica anche chi in basso ne diviene il destinatario.
“Richiesta di purezza”. Solitamente, viene istituzionalizzata e fatta interiorizzare come necessità di raggiungere un’assoluta purezza politica e ideologica, e, quindi, qualunque cosa sia fatta nel nome di questa purezza, è alla fine morale. Questo crea una sorta di manicheismo. L’esigenza di purezza è un processo continuo che prevede una radicale separazione tra puro e impuro, buono e cattivo, sia rispetto alla società sia nei confronti di se stessi. Di solito include la legittimazione dell’inganno: se un individuo non ha accolto l’ideologia e non è entrato nel “regno” del culto, allora è ad esso antagonista. Così l’inganno sarà giustificato dall’alto fine che il culto sta perseguendo. L’esigenza di purezza serve anche per manipolare le coscienze degli adepti: vengono mosse accuse costanti di colpevolezza, nel nome di un ideale che richiede devozione assoluta. Diviene così fonte di stimolo per sensi di colpa e vergogna, e si lega al processo della confessione.
“Culto della confessione”. Al di là delle sue espressioni religiose, legittime e terapeutiche, è bene precisare che nel culto distruttivo la confessione diventa un culto di per sé. La confessione, in questo caso, diviene un mezzo per capitalizzare le vulnerabilità personali a favore dell’istituzione confessionale; sussidiaria e marginale la “consolazione” nella pratica effettiva. Le sedute destinate alla confessione di solito avvengono all’interno di piccoli gruppi e sono accompagnate da verbalizzazioni di critica e autocritica. La forte pressione che si viene a ingenerare nell’individuo, diviene un elemento attivo per il processo del cambiamento personale. I culti ideologici si appropriano dei sentimenti di colpa e di vergogna dell’individuo, con il risultato di esercitare una forte influenza sui cambiamenti che il discepolo deve fare per essere ritenuto tale a tutti gli effetti.
“Scienza Sacra”. Deriva dal bisogno, che i vertici del culto hanno, di combinare uno schema che racchiuda i loro principi dottrinali, con la pretesa che questi siano l’incarnazione della verità scientifica sul comportamento e la psicologia dell’uomo. L’ambiente totalitario, poi, mantiene una sacralità attorno a questi dogmi, richiedendo agli adepti un’alta concezione “morale” ed “etica” che conferisca dignità e ordine alla loro esistenza. La semplificazione della vita offre l’idea di sicurezza ai suoi affiliati.
“Linguaggio ideologicamente connotato”.
I vertici dei culti inseriscono tra gli affiliati una struttura linguistica in cui parole e immagini diventano principi dottrinali, “un gergo interno”. Un linguaggio convenzionale, slogan e frasi riduttive, facilmente memorizzabili, ma che possono avere un forte richiamo e potere psicologico. Lionel Trilling lo ha definito il “linguaggio del non-pensiero”, poiché tematiche di per sé difficili e complesse vengono ridotte a semplici cliché. Tutto questo serve al culto per semplificare al massimo la complessità dei problemi esistenziali.
“Dottrina sopra la Persona”. L’ideologia prevede il costante primato di essa sulla persona. Questo ingenera un conflitto tra il senso che un individuo attribuisce a una data esperienza, e ciò che la dottrina o il dogma ritengono essere il senso dell’esperienza in questione. La persona, all’interno di realtà così strutturate, sente come assoluta la verità del dogma, e ad essa tende ad assoggettare la propria esperienza; altrimenti, la contraddizione tra ciò che sente e ciò che dovrebbe sentire, produrrebbe inevitabilmente immediati sensi di colpa. Se ciò non dovesse accadere, sarà il gruppo a condannare l’adepto al senso di colpa, per non essere stato in grado di conformarsi alla dottrina. Così il mito prevale, la rassicurante ortodossia salva dal dolore della contraddizione, la sicura struttura protegge dal male della dissonante realtà: cambiare l’uomo e salvare il mito.
“La dispensa dell’esistenza”. Principio per cui vi deve essere una netta distinzione tra chi appartiene al gruppo e chi non appartenendo “al popolo non è popolo”. Agli occhi di un adepto, che di solito ha una visione assolutistica della verità, coloro che non hanno visto la luce e non hanno abbracciato quella stessa verità, sono ancora nel mondo delle tenebre, preda del male. Corrotti e perversi, non meritano di esistere. La forte contrapposizione tra l’esistenza e la non esistenza, pone l’adepto nell’esigenza di ubbidire perentoriamente, poiché altrimenti potrebbe cadere nella categoria di chi non ha diritto di esistere. Costui proverebbe una tremenda sensazione di annichilimento e paura; all’inverso, il venire accettati anima una gran soddisfazione interiore per il meritato “privilegio”.
I leader dei culti distruttivi, sono convinti che il fine giustifichi i mezzi, ritenendo l’accezione religiosa superiore a qualsiasi legge umana. Così, pur di raggiungere i loro obiettivi, non danno alcun peso a comportamenti etici, altrimenti definibili nella pratica comune: menzogna, furto, imbroglio, ecc. Il morale e l’immorale sono ridefiniti all’interno dell’enclave così creata. Chiaramente non tutti i gruppi denominati “culti”, e che prevedono credenze e rituali, devono essere considerati distruttivi. Per culti distruttivi si intendono quei gruppi che sistematicamente danneggiano i propri membri con l’uso di tecniche ingannevoli, non dichiarate
- quale il controllo mentale - in violazione di diritti primari riconosciuti dagli ordinamenti più avanzati, integranti la concezione di diritti umani. Questi culti si celano dietro quella libertà di fede, di coscienza e d’associazione che sono garantite in tutti i Paesi democratici. Sfruttano l’area effettivamente non regolata dal diritto in riferimento alla manipolazione mentale fino al limite estremo. E’ proprio da questo che deriva la difficoltà di far luce dietro la facciata. Si ha così un paradosso: le stesse norme e le stesse leggi che sono state emanate per la tutela delle libertà dell’uomo, consentono ai culti distruttivi di indottrinare i loro membri e ridurli in schiavitù.
di Patrizia Santovecchi |