CONDIZIONAMENTO E COERCIZIONE IN
 FAMIGLIA

L’effetto sullo sviluppo dei minori
di Sergio Pollina  

C’è una grande differenza tra il crescere all’interno di una famiglia appartenente ad una religione tradizionale o all’interno di una che ha aderito ad una setta. Nel primo caso la religione, la tradizione culturale, il modus vivendi sono quasi sempre in sintonia con la società che ci circonda e con l’approccio ai principi che ne costituiscono la cultura, la storia, i valori condivisi. Nel secondo, non soltanto si è costretti a credere in qualcosa che spesso è in dissonanza con tutto questo, ma si deve agire concretamente per confermare quotidianamente la sintonia con l’ortodossia del movimento. Molto spesso questi atti sono in assoluto contrasto con il comune sentire del mondo esterno.

La variegata composizione dei culti esistenti nel nostro Paese non ci consente di esprimere valutazioni su ciascuno di loro, e nemmeno di tratteggiarne, anche sommariamente, le caratteristiche che più li connotano. Ma, in estrema sintesi, possiamo ricordare gruppi quali Testimoni di Geova e Hare Krishna, passare da Scientology, per arrivare fino ai Bambini di Dio, la Chiesa dell’Unificazione del reverendo Moon, il Falun Gong, i Raeliani con le loro tecniche di clonazione degli esseri umani. E come estrema manifestazione Aum Shinri-kyo, famoso per l’attentato alla metropolitana di Tokyo con il gas nervino che provocò dieci morti e cinquemila feriti. In alcuni di questi culti predominano pratiche che prevedono particolari scelte alimentari, spesso nocive dal punto di vista della salute, particolarmente quando si tratta di persone in età di sviluppo come i bambini. C’è spesso un approccio assolutamente singolare nei confronti delle cure mediche, dalle vaccinazioni alle emotrasfusioni1 che sono spesso assurte agli onori della cronaca per eventi tragici. Senza contare le tecniche scorrette di manipolazione mentale.

La realtà è che l’essere o il divenire membro di un culto o di una setta è un’esperienza che imprime un marchio indelebile nella vita di chiunque la subisca. Quando poi tale esperienza ha luogo negli anni della formazione, sia fisica che intellettuale, in tal caso l’impronta costituisce un handicap che esercita la sua influenza per tutta la vita.

La nostra Costituzione tutela la libertà di pensiero, di espressione e di religione, d’altra parte sono tutelati anche altri diritti. Non possiamo non ricordare l’art. 30 della Costituzione che sancisce che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli … nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti». Alla luce di questo, il Codice civile, all’art. 147 amplia il concetto e stabilisce che «il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli»2.

Un attento esame della stragrande maggioranza dei culti marginali esistenti in Italia mostra in modo chiaro e inequivocabile che al loro interno si verificano spesso condizioni che non solo prevaricano le capacità, le inclinazioni naturali e le aspirazioni dei figli fino a soffocarle, ma rendono i genitori «incapaci» di assolvere pienamente l’obbligo derivante dalla Costituzione e dalle leggi. È dei giorni scorsi la notizia della sottrazione dei figli a una madre troppo assorbita dalla sua smodata passione per le chat line, e per questo incapace di prestare loro le cure e l’assistenza necessarie.

Per fornire un altro esempio, faccio riferimento al gruppo dei Testimoni di Geova.

L’essere o il divenire Testimone di Geova necessariamente obbliga ad una riconsiderazione o ad una valutazione del mondo in cui l’individuo vive e opera e che, alla fine, porta al completo estraniamento da esso. Si comprende quindi che nel caso di un bambino, tale condizionamento sia foriero di gravi guasti al suo equilibrio e al suo corretto inserimento nella società. I problemi cominciano fin dall’ingresso del piccolo nel mondo costituito dai suoi coetanei, che è rappresentato prima dalla scuola materna, poi dall’asilo[1] e via via dagli stadi successivi del sistema scolastico. Il bambino figlio di Testimoni di Geova percepisce immediatamente di vivere in un mondo che gli è ostile e dal quale egli deve imparare a tenere le distanze, pena la distruzione o la disapprovazione di Dio. Gli viene insegnato, infatti, che tutti i governi del mondo, che siano democratici o dittatoriali, sono governati invisibilmente da Satana (sicché non vi è differenza tra il regime di Stalin, Hitler o Saddam Hussein o quello del governo olandese, danese o francese). Per tale motivo non è possibile nessuna collaborazione, nessun sostegno, nessuna condivisione delle scelte operate anche democraticamente. Si esige solo un atteggiamento passivo nel quale non è prevista, alcuna attività volta a prendere parte allo sviluppo sociale, politico o culturale delle nazioni che li ospitano: pena la scomunica. Cosicché egli si autoesclude divenendo un pària. I momenti peggiori, che incidono in profondità sulla psiche del piccolo, sono quelli che per gli altri costituiscono i momenti più felici: le festicciole in classe e gli altri momenti di aggregazione. Il piccolo Testimone considera tali eventi come momenti di massima infelicità perché, nonostante si senta attratto da essi, deve rifuggirli come la peste. La celebrazione del compleanno o dell’onomastico di un suo compagno o della maestra, la ricorrenza della festa della mamma o del papà, il truccarsi in maschera in occasione del carnevale, o una qualunque altra occasione, come le recite di fine d’anno o le recite natalizie, o la partecipazione a competizioni sportive e così via, sono tutti momenti di disperazione. Gli viene, infatti, insegnato che si tratta di celebrazioni demoniache che contraddistinguono il “mondo del diavolo”, e dalle quali egli deve assolutamente guardarsi ed evitarle. Il bambino viene emarginato. Da qui il senso di frustrazione, di rivendicazione, che pongono le basi per un atteggiamento aggressivo nei confronti della società ed il desiderio che essa venga al più presto distrutta, come gli insegnano del resto mamma e papà. La “vendetta” potrà arrivare non appena sarà in grado “predicare” ad altri la loro fine imminente[2].

Questa singolare caratteristica è stata pienamente percepita da uno dei grandi conoscitori dell’attuale realtà americana, lo scrittore Harold Bloom che in un suo libro intitolato La Religione Americana [3], ha scritto: «Quel che rende i Testimoni di Geova diversi dagli altri non è la loro aspettativa della distruzione, ma piuttosto il loro odio violento per ciò che sarà distrutto, vale a dire il nostro Paese, il nostro mondo, il nostro pianeta». Anni fa una ricercatrice, Miriam Castiglione[4], definì il movimento dei Testimoni di Geova come: “Il più rilevante esempio di coercizione psicologica e di manipolazione di massa che il protestantesimo statunitense abbia partorito nel corso della sua storia”.

Ricordate le bambine cinesi di una volta? Avevano tutte i piedini piccoli, ma non per caratteristiche razziali o genetiche, ma soltanto perché fin dalla nascita essi venivano crudelmente fasciati in modo tale da pregiudicarne per sempre un normale sviluppo. Non si possono fasciare solo i piedi, si può fasciare anche il cervello. Ed è quello che avviene all’interno dei movimenti settari. È vero che gli statuti e le norme di questi gruppi, preparati ad usum delphini, sono spesso ineccepibili dal punto di vista giuridico, ma è anche vero che in essi la verità sull’organizzazione interna è spesso presentata in modo tale da non consentire a chi è estraneo al movimento di comprenderne le reali caratteristiche. Essi sono preparati solo allo scopo di consentire ad una pubblica amministrazione spesso superficiale, disinteressata e distratta, il loro sviluppo e la loro crescita, ad un punto tale che i guasti divengono poi irreversibili. Senza dimenticare i seguaci del reverendo Jim Jones che portò al “suicidio” 900 persone in Guyana, i 39 della setta canadese Heaven’s Gate che si immolarono in Svizzera, o quelli dei Branch Davidians di David Koresh[5], sterminati dalla polizia federale, occorre sottolineare che il ricorso alla violenza fisica non è la norma. Ma certo è che fatti eclatanti come quelli citati, devono essere materia di riflessione e di intervento. Indicativo è l’atteggiamento del governo francese che da tempo, tramite leggi, presta maggiore attenzione rispetto a quello italiano nei confronti di questi movimenti. Oltralpe nel 1995, dopo il suicidio collettivo compiuto in Svizzera dall’”Ordine del Tempio Solare”, è nata una Commissione Parlamentare con il compito di studiare il fenomeno delle sette. Poi, nel 1996, è stato istituito l’Osservatorio sulle Sette, gruppo di studio interministeriale, sostituito nel 1998 dalla “Missione governativa di lotta contro le sette”. In Italia, qualche anno fa, nell’aprile del 1998 è stato compiuto uno studio del fenomeno a livello nazionale, commissionato dal Ministero dell’Interno e intitolato “Rapporto sui Nuovi Movimenti Religiosi”, che si è rivelato ampiamente insufficiente perché poneva l’accento più sull’aspetto socio poliziesco che sui contenuti dottrinali e le loro dirette conseguenze.

Ad oggi mancano strumenti normativi e studi esaurienti. A questo proposito non può passare sotto silenzio la sempre rinviata legge sulla libertà religiosa che dovrebbe entrare seriamente nel merito di ciò che effettivamente può considerarsi come fenomeno religioso in contrapposizione a ciò che non lo è, e che molto spesso si configura come qualcosa di profondamente diverso creando solo dipendenza e coercizione.

Ognuno di noi - che lo ammetta o no - ha bisogno di dipendenza. : tutti vorremmo essere trattati come bambini, nutriti e accuditi da persone più forti di noi che abbiano veramente a cuore il nostro benessere; come fanno rilevare psichiatri e psicologi. Tuttavia non bisogna confondere questo senso o bisogno di dipendenza con la dipendenza vera e propria. Come afferma il noto psichiatra M. Scott Peck, la dipendenza è l'incapacità di sentirsi completi senza la costante presenza di qualcuno che ci vuol bene. Nell'adulto fisicamente sano la dipendenza è patologica. Questo tipo di persona non si sente mai completamente realizzata e prova un costante senso di insoddisfazione. E' chiaro che, coloro che soffrono di ciò che gli psichiatri definiscono turbe da personalità passivamente dipendente, sono i più probabili candidati all'affiliazione a un qualsiasi movimento religioso alternativo, in particolare a quelli comunemente definiti sette distruttive. Perché? Poiché a loro non importa da chi dipendono, è solo sufficiente dipendere da qualcuno: vogliono solo che qualcuno fornisca loro una identità, non importa quale; per questo le loro relazioni con il prossimo, anche se possono apparire drammatiche nella loro intensità, sono in realtà molto superficiali. Infatti, qualsiasi cosa facciano tali persone passivamente dipendenti, il loro scopo resta sempre quello di assicurarsi l'affetto e il sostegno altrui. Qual è, secondo gli esperti, la causa principale di questa dipendenza passiva? La mancanza d'amore. Scrive, infatti, M. Scott Peck: «L'intimo senso di vuoto che affligge le persone passivamente dipendenti è la diretta conseguenza dell'incapacità dei genitori di appagare il bisogno d'affetto, di attenzioni e di cure dei figli durante l'infanzia». Nel contesto di un movimento religioso alternativo la dipendenza può essere scambiata per amore in quanto induce le persone ad aggrapparsi l'una all'altra, ma in realtà non è amore; è una specie di anti-amore.

E' possibile che il disturbo emozionale causato dagli eventi traumatizzanti della vita sia lenito dall'effetto sollievo operante nei movimenti religiosi alternativi. L'angoscia causata da tali eventi sarebbe bilanciata dal supporto emozionale derivante dall'impegno nel gruppo. In altre parole, più uno si sente strettamente associato, più può collocare le esperienze distruttive nella prospettiva dell'ideologia del movimento e quindi evitare un senso di sconforto, addirittura, di disperazione. L'affiliazione al movimento agisce da equilibratore degli effetti di eventi traumatizzanti; per alcuni il movimento offre un "oggetto" alternativo per i propri bisogni di dipendenza e una via per non dover gestire la propria vita. La creazione dell'angoscia e il citato elemento equilibratore sono alla base del cosiddetto “effetto pinza”: gli adepti intuiscono implicitamente che il sollievo dall'angoscia è dato dal loro legame con il movimento e ad esso si rivolgono per avere conforto quando devono affrontare traumatizzanti esperienze di vita. Paradossalmente la loro adesione ai dettami del movimento li porta a conformarsi ulteriormente a richieste potenzialmente traumatizzanti. In tal modo il gruppo crea angoscia e contemporaneamente la toglie al prezzo di una sempre crescente obbedienza. In genere le reazioni sociali nei confronti dei movimenti religiosi alternativi si basano non tanto sulle loro credenze quanto sui loro modelli di comportamento e sulle loro relazioni con la società. Ecco perché tali movimenti attribuiscono fondamentale importanza alla propaganda di facciata da presentare agli estranei. Da questo impegno pubblicitario nascono i miti.

La nostra società è caratterizzata dall'apparire più che dall'essere. In questo contesto i movimenti religiosi alternativi hanno compreso i notevoli vantaggi derivanti da una propaganda impostata sulle apparenze e la sfruttano con efficacia. Di norma, i seguaci di un movimento religioso alternativo sono caratterizzati dai seguenti elementi psicologici: hanno un sistema comune di fede e attribuiscono un potere carismatico - a volte divino - alla dirigenza; - dimostrano un elevato livello di coesione sociale - sono fortemente influenzati dalle norme di comportamento.

Come si vive in un movimento religioso alternativo? La tendenza ad aggregarsi a gruppi sociali è evidente nelle culture più diverse e nasce dai vantaggi che un gruppo offre nel soddisfare i bisogni giornalieri e nel lottare contro le avversità. L'attrazione è tale da indurre gli adepti ad esporsi a molti rischi per fedeltà al gruppo: compiono lunghi periodi di duro lavoro non retribuito, si espongono al pubblico ludibrio, rinunciano a una gravidanza, rifiutano allettanti offerte di lavoro e trascurano la possibilità di farsi un'istruzione superiore. Chi entra rinuncia alla possibilità di prendere decisioni autonome e aderisce alle norme del gruppo, cosa che potrebbe contrastare con i suoi bisogni di adattamento. Allora quale meccanismo psicologico fa scattare la tendenza all'affiliazione? Quando le persone si fanno coinvolgere in un movimento religioso alternativo, si realizza un rapporto inverso fra la loro sensazione di disagio e il grado di affiliazione al gruppo. La capacità d'impegno individuale verso il gruppo è mediata dal sollievo da disturbi nevrotici, un sollievo che i proseliti provano con l'affiliazione e con la costante appartenenza al gruppo; più vi si sentono legati, meno angoscia provano. Al contrario, se si distaccano un po' dal gruppo, essi vengono indotti a tornarvi per l’aumentata angoscia che avvertono.

Un adepto diventa simile a una cavia da esperimento e il leader si convince sempre più del suo "grandioso" ruolo. Ciò può indurlo a pretendere dagli adepti prestazioni anche illegali. Il sistema sociale settario ha specifiche funzioni capaci di proteggerne l'integrità e di realizzarne gli obiettivi. Sono: trasformazione, controllo, retroazione e controllo del confine. La trasformazione è la funzione che consente al gruppo di perseguire il suo obiettivo primario, cioè la definizione della propria identità. E' per questa identità che gli adepti si dedicano all'attività di proselitismo. L'impegno al proselitismo garantisce più consistenza e più forza al gruppo e conferisce pure legittimità all'ideologia. Da una parte il gruppo è fortemente seducente nel suo tentativo di attirare nuovi adepti, dall'altro esso chiede la rottura dei precedenti legami sociali e una modificazione nella visione del mondo, propria del convertito. Così, quando tutte le risorse del gruppo si concentrano sull'individuo la stabilità psicologica di quest’ultimo si sgretola.

Per operare efficacemente, un sistema settario deve pure osservare e regolare le azioni dei suoi componenti, al fine di garantire che le loro attività siano adeguatamente eseguite e coordinate. Ciò costituisce la sua funzione di controllo che, tanto più è efficace, se viene accettato senza discutere anche il più bizzarro rovesciamento di prospettiva della realtà. Queste barriere preventive proteggono la "cultura" del gruppo da idee considerate pericolose per l’esistenza del gruppo stesso. In un movimento religioso alternativo anche il ricorso a concetti e a espressioni gergali speciali può contribuire, consciamente o inconsciamente, a isolare e tenere separato chi è affiliato da chi non lo è; infatti la lingua viene adoperata per definire, o meglio ridefinire, la realtà.

La raccomandazione più importante che mi sentirei di fare ai familiari e agli amici di un affiliato è quella di continuare a tenersi in contatto con lui. E' vero, conservare i rapporti con un adepto può risultare molto difficile, tuttavia dargli ultimatum (del tipo: "o noi o il movimento") non è consigliabile anche quando è evidente che i problemi di relazione sono dovuti principalmente al movimento. Soprattutto in queste circostanze è fondamentale che parenti e amici chiariscano esplicitamente che continuano a rispettare e amare il loro caro e che intendono conservare uno stretto rapporto con lui.

Quali prospettive hanno gli affiliati ai movimenti religiosi alternativi di uscirne? Perché tanti possono testimoniare di essersi liberati dal condizionamento mentale esercitato su loro? Cosa accade nella mente di un adepto che lo induce a staccarsene? In estrema sintesi potremmo affermare che molto spesso gli affiliati abbandonano i movimenti religiosi alternativi perché si rendono conto che questi sono semplicemente dei gruppi e non delle vere e proprie comunità. E' evidente quindi che il più grande nemico di una comunità è l'esclusività settaria; come ha osservato qualcuno, la comunità è "un gruppo che ha imparato a trascendere le proprie differenze individuali", pertanto un'organizzazione eccessivamente strutturata è l'antitesi di una comunità. In un movimento religioso alternativo, dove l'esigenza di "restare uniti" è decisamente pressante, l'abbandono comporta il rifiuto della missione trascendente attribuita ai vertici del gruppo e un fardello di esami di coscienza e di sensi di colpa. Chi abbandona certi movimenti è indotto a rendersi conto che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, una vita equilibrata difficilmente è caratterizzata dall'assenza di crisi; l'equilibrio psicologico di un individuo dipende invece dalla rapidità con la quale egli è capace di reagire alle crisi.

È mio sincero augurio che da questo convegno possano emergere alcune riflessioni che contribuiscano allo sviluppo di un dibattito, sia nella società civile che nelle aule del Parlamento, affinché domani quelli di noi che potevano, non debbano rammaricarsi e convivere con un “perché” che non ha avuto risposte. 


1 Di vera e propria strage si può parlare nel caso dell’organizzazione dei Testimoni di Geova, dove i decessi dovuti all’arcaico rifiuto del sangue, che molto spesso coinvolge i minori, si contano ormai a migliaia. Per testimoniare questa barbarie, esiste un sito nel quale sono contenuti in un triste elenco, in nomi di tutti quei bambini di cui si è avuta notizia certa della loro morte dovuta al rifiuto dei loro genitori di sottoporli alle necessarie emoterapie. Si veda http://www.ajwrb.org/victims/index.shtml.

2 Una riflessione sull’incapacità dei genitori aderenti ad un culto, la si ritrova nell’interessante saggio di M. Scott Peck, uno dei più noti psichiatri americani. Nel suo notissimo Voglia di bene (Frassinelli, Varese, 1985), egli spiega che la dipendenza da un culto può essere scambiata per amore, e tale tipo di “amore” può essere trasferito dai genitori ai figli, trasferendo in loro, pertanto, non il loro amore di genitori, ma l’esigenza di conformarsi a direttive aliunde erroneamente intese come profondo interesse per il futuro dei bambini.

[1] È interessante sottolineare come i vertici di questo movimento, abbiano sempre scoraggiato l’iscrizione dei loro piccoli all’asilo, sottintendendo persino sanzioni disciplinari nei confronti dei genitori inadempienti. E ciò per l’ovvio motivo che in tali fasi del ciclo prescolare è consuetudine impartire anche elementi della cultura religiosa del paese nel quale essi vivono.

[2] È particolarmente significativo, al riguardo, quanto è narrato dal dott. J. R. Bergman, psicologo statunitense e uno dei maggiori esperti di questo argomento, nel suo libro I testimoni di Geova e la salute mentale, pagg. 280–290, Edizioni Dehoniane, Roma, 1996

[3] Harold Bloom, La religione Americana, Garzanti 1994

[4] Miriam Castiglione, I testimoni di Geova: idelogia religiosa e consenso sociale, Claudiana, 1981

[5] S. Pollina, A. Aveta, Movimenti religiosi alternativi, Libreria Vaticana, 1998