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Presentazione
Sono
circa mille i culti definibili “distruttivi” nel nostro Paese,
un censimento molto fluido perché frequenti sono le nascite e le
morti di certi gruppi, così come le scissioni, che generano a loro
volta nuove diramazioni. Si pensa comunque che gli adepti si
aggirino sui tre milioni. Una schiera sommersa che percorre in modo
trasversale ogni strato della società e che si stima coinvolga in
maniera diretta otto milioni circa di familiari. La spinta verso le
dottrine salvifiche e i gruppi che fanno proselitismo ha a che fare
soprattutto con lo stile di vita, lo sviluppo socio-politico, la
condizione psicologica. Sono in genere le persone sensibili e
idealiste – non già le più “deboli”, come spesso si ritiene
– a lasciarsi entusiasmare dalle utopie di gruppi assolutisti;
persone che cercano altri, e alti, valori, un significato di vita
immortale, persone che si scontrano con un mondo dove il successo
sembra essere la misura di tutto, senza offrire, ai loro occhi, lo
spazio sufficiente al senso religioso. Senza la disponibilità di
questa ampia cerchia di popolazione, i fondatori dei culti si
troverebbero davanti a tribune deserte. In realtà la nostra epoca,
contrassegnata dalla carenza di certezze da una parte e dalla forte
esigenza di risposte dall’altra, produce continue richieste di
spiritualità, armonia interiore e speranza. Uno scenario che induce
a pensare che il momento d’oro per i “nuovi maestri” debba
ancora arrivare.
Mentre questa sorta di realtà parallela vive, si
autoalimenta e si diffonde nella quasi totale indifferenza, non è
raro imbattersi in notizie che all’improvviso ce la mostrano in
tutta la sua drammatica complessità.
“Un crescente allarme sociale”. Così il Ministero
dell’Interno nel suo ultimo rapporto “Sette religiose e nuovi
movimenti magici in Italia” (datato ormai 1998) definiva il
fenomeno del proliferare di gruppi religiosi o pseudoreligiosi che
hanno caratteristiche tali da rappresentare veri e propri pericoli
per la libertà personale e la salute dell’individuo,
l’educazione e le istituzioni democratiche. Il monito oggi è più
che mai attuale.
Quattro anni fa i dati ministeriali che prendevano in
esame solo i rilevamenti compiuti dalle questure - e dunque quei
gruppi che avevano avuto a che fare con le forze dell’ordine - nel
nostro Paese registravano 137 sette e/o gruppi esoterici e magici.
Sessantatre risultavano essere quelli presenti in Toscana, la terza
regione dopo la Lombardia (86) e il Veneto (75).
Da allora di censimenti ufficiali non ne sono più stati
pubblicati anche perché tanti sono i limiti - ammessi dallo stesso
Ministero - che minano una stima oggettiva del fenomeno. Quali?
1) Non tutte le azioni biasimevoli commesse dai cosiddetti “culti
distruttivi” vengono sottoposte a giudizio. I giudizi richiedono
infatti che la persona che ha subito un danno ne sia cosciente, che
prenda sufficiente distanza dalla setta e decida poi di sporgere
denuncia. Passi tutt’altro che automatici.
2) L’eterogeneità delle fonti da cui è possibile attingere
informazioni, rappresentate dai movimenti stessi, dai loro
fuoriusciti, dai mezzi di comunicazione di massa e dagli studiosi
della materia.
3) La fluidità delle cifre a seconda che si prendano in
considerazione i soli movimenti con una certa diffusione sul piano
nazionale e internazionale oppure si includano nel computo anche le
formazioni di carattere localistico, nonché i piccoli gruppi con
poche decine di affiliati.
4) La frequenza delle nascite e delle morti di certi culti.
Come avviene il reclutamento? Un volantino per strada, il porta a
porta, la diffusione di riviste, la pubblicità tramite stampa,
conferenze, cicli di formazione: gli strumenti di propaganda di
certi “gruppi” sono estremamente vari.
La fase preliminare è quella della seduzione tramite
la proposta di un’alternativa alle difficoltà della vita
quotidiana. “Una volta che l’individuo è stato attirato nel
gruppo, scatta il processo cosiddetto di spoliazione - spiega il
dottor Mario Di Fiorino, primario di Psichiatria della Versilia e
studioso delle tecniche di manipolazione mentale - Gli individui
ricevono subito un’intensa attenzione personale e subiscono un
brusco cambiamento delle abitudini. Questo, insieme alla stanchezza
dovuta alla “maratona” delle attività proposte, finisce per
rendere il neofita più malleabile e ricettivo alle idee del gruppo.
Nella seconda fase l’adepto viene sollecitato ad adottare le
pratiche e i comportamenti approvati dal nuovo culto tramite anche
l’uso di un nuovo linguaggio ideologicamente connotato e,
contemporaneamente gli viene imposta la progressiva limitazione dei
contatti con la famiglia e con l’ambiente di provenienza. La terza
tappa è la “ristrutturazione” di un nuovo sé, una seconda
personalità, quella del culto cioè, che acquista autonomia nella
misura in cui combatte con la vecchia personalità”.
Pur
mantenendo il rispetto per il principio di laicità della
Repubblica, per l’Articolo 8 della Costituzione e dell’Articolo
9 della Convenzione Europea sui Diritti umani che garantiscono la
libertà di coscienza e di religione, occorrerebbe contrastare quei
culti che vanno contro il rispetto della legge e i diritti umani.
L’ultima raccomandazione del Parlamento Europeo (22/6/99)
ribadisce la necessità di passare a un vaglio critico i gruppi
sedicenti religiosi e le loro prassi. Si richiede perciò di
istituire un Osservatorio Europeo sui gruppi di natura religiosa
esoterica o spirituale. Cosa che in Italia ancora non è stata
realizzata.
Al momento allo studio della Commissione Affari
costituzionali della Camera ci sono un disegno e due progetti di
legge sulla libertà religiosa. “Sono scettico sulla possibilità
che questi strumenti normativi, così come sono espressi, possano
tutelare i cittadini da certi culti distruttivi” - dichiara
Riccardo Migliori, deputato An e membro della Commissione in
questione – Anzi, il rischio è che li facciano moltiplicare”.
Della stessa idea Giuseppe Ferrari, segretario nazionale del Gris,
Gruppo di ricerca e informazione socioreligiosa.
La risposta al problema potrebbe trovarsi in primo
luogo in un’ampia prevenzione e in una migliore applicazione della
legge. C’è chi auspica anche il ripristino del reato di plagio
dichiarato incostituzionale nell’81 e dunque abolito e adesso
invocato da una petizione di oltre 25mila firme.
Chiara
Bini e Patrizia Santovecchi
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