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CONDIZIONAMENTO
E COERCEZIONE
IN FAMIGLIA
Cosa accade tre i coniugi
Dal
quadro delle rilevazioni demografiche effettuate
sulla struttura familiare nel corso degli anni,
appare evidente come l’istituzione familiare non
possa considerarsi una entità statica, ma risulti
essere in progressivo cambiamento, sia per quanto
riguarda la sua composizione che le sue dinamiche
intra ed extrasistemiche. La famiglia, al pari
degli altri sistemi, si ristruttura e si adatta in
corrispondenza delle molteplici influenze
ambientali; la configurazione e le funzioni
familiari devono considerarsi strettamente
connesse al contesto storico, sociale, economico e
culturale di cui l’istituzione familiare si
trova a far parte.
Di fronte al tumulto di una conflittualità
familiare le scelte religiose (che si tratti di
soggetti non credenti o credenti) sembrano
rimanere sullo sfondo. Comunque, si rilevano
situazioni in cui la scelta religiosa di uno dei
coniugi si esplicita come fattore importante
all’interno della dinamica familiare e della
stessa vicenda di separazione. Infatti, in
determinate circostanze, l’appartenenza
religiosa svolge un ruolo nella conflittualità
familiare quando la “religione” è frapposta
come barriera di fronte a qualsiasi possibilità
di discussione e come disconferma di scelte e
punti di vista, ed impedisce, nella relazione, di
raggiungere il partner, quasi che l’appartenenza
religiosa si ponesse come scudo per non essere
raggiunti e, nel contempo, impedisce ogni
possibilità di guardarsi dentro, di prendere
contatto con sé e con gli altri. Parliamo,
evidentemente, di una forma di religiosità che
propone un sistema rigido di regole e norme di
riferimento e sollecita l’adesione acritica e
dogmatica ai principi di fede, scoraggiando ogni
forma di contributo personale di pensiero e di
relazione, offrendo ampie motivazioni
all’isolamento dai rapporti sociali al di fuori
del gruppo. Lo studio del fenomeno dei culti
abusanti - quelli cioè che ricorrono ad un
diffuso uso illecito di tecniche di persuasione e
di condizionamento mentale – ha evidenziato come
sia possibile, con modalità differenti, minare il
rapporto dell’adepto con l’istituzione
familiare di appartenenza.
Un culto è abusante quando viola i diritti dei
suoi componenti e li danneggia mediante il ricorso
a tecniche ingannevoli di controllo mentale ; sono
principalmente i metodi operativi che rendono un
culto abusante. Il modo in cui un gruppo recluta
le persone, e cosa accade dopo l’adesione, è
determinante per stabilire se tale gruppo rispetta
o meno il diritto di ognuno di scegliere
autonomamente ciò cui vuole credere; se per
reclutare e controllare gli affiliati si fa
diffuso uso del controllo mentale, allora si
calpestano i diritti civili delle persone
coinvolte.
Premettiamo che le tecniche di persuasione non
sono, di per sé, negative; così come altre
tecniche, possono essere adoperate per edificare o
per demolire: possono essere applicate per offrire
più sicurezza e libertà all’individuo o per
renderlo schiavo. L’attuazione di strategie di
persuasione, di per sé lecita, diventa illecita,
per esempio, quando gli affiliati sono persuasi
all’autolesionismo, al suicidio o a compiere
atti di terrorismo “religioso”. In questo
contesto, parliamo di controllo mentale come di un
sistema di influenze capaci di distruggere
l’identità di un individuo, sostituendola con
una nuova, intesa come l’insieme delle sue
credenze, comportamento, pensiero ed emozioni: la
diversa fisionomia mentale, nella maggioranza dei
casi, non sarebbe mai stata accettata dalla
precedente identità, se avesse potuto prevedere
cosa le avrebbe riservato il futuro. Va pure
evidenziato che siffatto controllo mentale avviene
in maniera del tutto impercettibile.
Per indurre un’identità artificiale negli
affiliati, distruggendone quella individuale, un
culto abusante attiva un’articolata serie di
elementi, tra i quali spiccano i seguenti processi
di condizionamento :
1. inculcare continuamente negli affiliati sensi
di colpa, fobie e paura di un nemico esterno
(controllo delle emozioni);
2. non tenere in alcuna considerazione chi la
pensa diversamente dai vertici, non accettare
alcun suggerimento relativamente alla leadership,
ostracizzare i dissidenti (cieca obbedienza
all’autorità);
3. riuscire a controllare molteplici aspetti della
vita degli affiliati, come il modo di vestire o la
scelta degli amici e del coniuge (controllo
dell’ambiente);
4. promuovere rigidi programmi di vita quotidiana
(controllo del comportamento);
5. esercitare un rigoroso controllo
dell’informazione e della comunicazione;
6. demonizzare le altre religioni (manipolazione
mistica);
7. pretendere che l’ideologia venga prima della
persona e definire i dubbi come “peccato”, con
conseguente impossibilità di dare per scontata la
fedeltà degli affiliati ai principi fondamentali
della Costituzione (culto della lealtà al
gruppo);
8. presentare i propri vertici come unici
intermediari indispensabili per la salvezza
(scienza sacra).
Una visione semplificata della realtà e dei
rapporti umani, proposta in chiave di
indifferenziazione o di scissione tra bene e male,
la ricerca di una perfezione narcisistica al di
fuori del confronto con il mondo, la rinuncia ad
un pensiero autonomo e ad agire indipendentemente
rientrano nell’ambito di quei processi che
cercano di minare l’integrità e l’autonomia
decisionale di una persona. L’essenza del
controllo mentale consiste nell’incoraggiare la
dipendenza e il conformismo e nel disincentivare
l’autonomia e l’individualismo. Gli abusi più
pericolosi colpiscono essenzialmente gli individui
nella loro personalità. Constatiamo che, spesso,
si tratta di manipolazioni che conducono alla
destrutturazione della personalità, alla rottura
con l’ambiente familiare, sociale,
professionale, senza contare tante manipolazioni
finanziarie.
Per dirla con Hassan, “il controllo mentale,
chiamato anche ‘riforma del pensiero’, è
sottile e raffinato. Coloro che lo esercitano sono
considerati dalla vittima alla stregua di amici o
di propri pari ed è per questo motivo che i
meccanismi di autodifesa non entrano in azione.”
In diverse occasioni è stato possibile osservare
che l’adesione ad un culto abusante tende a
mettere in crisi i rapporti fra i membri di una
famiglia, soprattutto perché questi non sono più
spontanei e diretti, ma mediati dagli insegnamenti
di un capo carismatico o dagli ideologi del gruppo
con il quale si instaura un rapporto privilegiato;
spesso tali insegnamenti si prefiggono la rottura
dei legami tra il neofita ed il mondo esterno alla
setta, naturalmente del “mondo esterno” fanno
parte anche quei familiari che non accettano
l’ideologia del gruppo.
Non è possibile valutare esattamente il numero
delle persone toccate dal problema delle famiglie
“religiosamente divise” , e quindi la precisa
rilevanza sociale del fenomeno. In questa sede
alcune generalizzazioni sono conclusioni personali
alle quali si è pervenuti sia attraverso
un’attività “sul campo” sia grazie al
confronto con alcuni ricercatori che hanno
affrontato l’argomento. A questo riguardo assume
particolare rilievo l’attività del CeSAP
(Centro Studi Abusi Psicologici).
Tra le 456 richieste di assistenza, giunte al
CeSAP nel solo anno 2002, il 23% dei richiedenti
aveva problemi di separazione/divorzio a causa
dell’adesione di uno dei coniugi ad un gruppo
settario. Il 10% aveva già attivato causa di
divorzio, mentre la restante percentuale viveva
una condizione da “separati in casa” o si
apprestava a procedere legalmente. Nell’80% dei
casi sono le donne che aderiscono a qualche
ideologia, che poi crea conflitto nell’ambito
familiare.
La psicologa Lorita Tinelli, presidente nazionale
del CeSAP, fa comunque notare che se i dati sono
parziali, lo sono per difetto. Trattandosi di un
osservatorio permanente che deve la sua esistenza
al lavoro di volontariato, può incontrare qualche
“disattenzione”.
Per quanto riguarda le problematiche emerse con
maggiore preponderanza, si possono individuare le
modalità con le quali il coniuge settario giunge
a negare la propria affettività per il partner
che sente non appartenergli più.
Una modalità con la quale si persegue la rottura
con il coniuge non coinvolto è la cosiddetta
“tecnica della profezia che si autoadempie”.
Il reclutatore del culto abusante “profetizza”
al neofita che presto quest’ultimo sarà messo
alla prova (o tentato dalle forze del Male)
attraverso familiari ed amici. Inevitabilmente
questa “profezia” si adempie non appena il
coniuge, i parenti e gli amici notano dei
cambiamenti nell’uso del linguaggio o del
comportamento del proprio caro neofita, e gli
esternano le loro perplessità con inviti più o
meno espliciti a diffidare del gruppo cui si è
avvicinato. Queste raccomandazioni vengono
recepite dal neofita come “macchinazioni
sataniche” e inducono nel neofita una iniziale
diffidenza nei confronti del coniuge e di quanti
gli appaiono come strumenti inconsapevoli di
Satana! Di contro, il neofita sarà indotto a
ricercare sicurezza nel gruppo che ha previsto le
sue attuali “difficoltà” con la famiglia.
Altra modalità con la quale i culti abusanti
realizzano la rottura tra il neofita e la sua
famiglia consiste nell’inviare l’adepto “in
missione” in paesi lontani, allo scopo di
impedire ogni influenza da parte di parenti ed
amici. Si sono verificati casi in cui i familiari
non riescono a sapere dove vive il loro caro che
ha aderito ad un gruppo abusante. In queste
circostanze è evidente che il disagio affettivo
del neofita, centrato anche sulla negazione
forzata della propria famiglia d’origine, è
tale da generare dei veri e propri misconoscimenti
della realtà.
Tra le diverse tipologie di separazioni, divorzi e
cessazioni di convivenze si sta facendo strada
quella di chi chiede la separazione (o la subisce)
da un partner settario, non a causa di una
generica “incompatibilità di carattere”, ma
in forza della trasformazione della personalità
subita da quest’ultimo. Dallo studio, basato
sull’analisi dei colloqui e sulla disamina della
documentazione (provvedimenti giudiziari, memorie,
relazioni degli assistenti sociali, relazioni dei
consulenti d’ufficio e di parte), si evincono i
radicali cambiamenti dell’adepto, lamentati dal
coniuge o dai familiari, successivi all’adesione
al gruppo ed additati a “prova”
dell’avvenuto condizionamento mentale.
Più precisamente l’adepto cerca d’imporre
all’intera famiglia norme, ritmi, orari,
amicizie diversi. Lentamente i vecchi amici sono
sostituiti dai nuovi; i parenti “carnali”
devono cedere il posto a quelli “spirituali”,
mentre spesso sono cancellate ricorrenze e
festività. Gli orari e i ritmi familiari sono
piegati alle esigenze del gruppo. Il progressivo
cambiamento avviene anche nei dettagli, come nel
vestire, nella cura della persona o nella scelta
delle letture. Non mancano, per ultimo, i
tentativi - a volte assillanti - di
“convertire” i propri familiari, soprattutto i
figli minori.
Di solito, uno dei parametri che misura il grado
di adesione del neofita al gruppo è dato dalla
sua capacità di usarne con proprietà e frequenza
il gergo. L’acquisizione e l’uso di un nuovo
linguaggio è indice di una avvenuta riforma del
pensiero.
Questo “cambiamento di mentalità”, così
tanto raccomandato dal gruppo, si traduce poi in
atti concreti e comportamenti rilevabili, come
pure in un diverso atteggiamento nei confronti del
mondo e della vita, ovviamente nel senso voluto
dal gruppo. Il soggetto tende ad essere, ad
esempio, più fatalista ovvero meno motivato al
miglioramento della propria condizione
socio-economica, all’avanzamento nella carriera,
al conseguimento di un titolo di studio superiore
come pure all’impegno nel sociale o a coltivare
i propri interessi durante il tempo libero.
Attraverso le lenti dell’ideologia del gruppo
tutto perde significato e contorni, rendendo vacui
ed inutili ogni impegno o interesse non previsti
dallo stesso gruppo.
La rottura nella famiglia è provocata dall’unidirezionalità
e dall’indiscutibilità delle decisioni prese
solo dal coniuge settario, a cui l’altro non
riesce ad adattarsi.
Il riferimento a un caso concreto può contribuire
a una più efficace illustrazione del fenomeno.
Silvio, impiegato, e Clelia, casalinga, erano una
coppia affiatata e impegnata nel sociale. Agli
inizi degli anni Novanta Clelia veniva in contatto
con un culto controverso. Silvio si cominciò a
lamentare soprattutto perché, da quando lei aveva
iniziato ad impegnarsi nel gruppo, “trascurava i
suoi impegni familiari”: non era più scrupolosa
nelle faccende domestiche, verso i figli e il
marito e passava la maggior parte del suo tempo a
svolgere attività promosse dal gruppo. Egli
riteneva che, da quando la moglie aveva aderito al
gruppo, i rapporti si erano deteriorati. Il marito
sosteneva che ammirava molte delle qualità della
moglie prima del loro matrimonio, cioè onestà,
sincerità, integrità, preoccupazione per gli
altri, ferma intenzione di salvaguardare il
matrimonio ecc., ma da quando si era impegnata con
il gruppo, molte di queste qualità, secondo lui,
erano cambiate. Il marito asseriva che erano stati
molto legati l’uno all’altra e avevano avuto
un rapporto eccellente finché non si era
intromesso il gruppo.
La volontà di “individuare i reali motivi che
avrebbero potuto convincere la moglie alla nuova
‘iniziazione’ religiosa” spinse Silvio a
passare molto tempo a fare ricerche accurate sulla
storia e sugli insegnamenti del gruppo; questo
studio lo convinse della sua pericolosità per la
propria famiglia. Impegno prioritario, nella vita
di Silvio, divenne quello di convincere Clelia a
lasciare il gruppo e ripristinare il clima
familiare vigente prima dell’interferenza del
gruppo nella coppia, ma le circostanze
precipitarono al punto che, nel 1992, Silvio “si
vide costretto a chiedere la separazione
legale”. Nel caso di questa coppia, la nuova
opzione religiosa della moglie costituiva
l’unica causa dei problemi familiari; infatti,
grazie soprattutto alla perseveranza di Silvio nel
conservare – per oltre un anno - contatti
costruttivi e non drammaticamente conflittuali con
la moglie anche dopo la formalizzazione della
separazione innanzi ai giudici, Clelia ha
accettato la riconciliazione dopo che – per
usare le parole pronunciate dalla donna dinanzi ai
giudici - era “venuto meno l’unico vero motivo
della separazione, in quanto si era dissociata
dalla pratica religiosa” abbracciata in
precedenza.
In sede giudiziaria, è difficile descrivere e
documentare situazioni e comportamenti di questo
tipo; per giunta, il coniuge affiliato talvolta
ricorre alla vessazione del partner attraverso
accuse gravi e infondate, per lo più di presunte
violenze, spesso di carattere sessuale. Per
illustrare riferiamo la vicenda di una coppia
italiana. Anche in questo caso, dopo il matrimonio
e dopo la nascita di figli, la moglie aderisce a
un culto controverso; riferiamo la vicenda così
come prospettata dall’adito giudice penale .
Elena si ritiene portatrice della parola salvifica
che le viene dettata dalla fede religiosa che ha
recentemente abbracciata e ritiene in buona fede
di indirizzare la vita familiare secondo i dettami
della sua fede. E’ ovvio che il marito, Piero,
opponga resistenza vedendo crollare i principi
cui, secondo la tradizione italica e secondo i
dettami della religione cattolica, aveva
improntato il suo nucleo familiare. I contrasti
sono violenti e i diverbi aspri e severi fintanto
che Elena e i figli presentano una querela per
maltrattamenti, tutta pervasa da accenti a forti
tinte, da linguaggio fanatico. Dopo un lungo e
serrato confronto, fatto anche in aule
giudiziarie, i querelanti presentano una
remissione di querela e una revoca di parte
civile, affermando che i fatti denunciati non
dovevano essere considerati quali finalizzati al
reato di maltrattamenti in famiglia: Elena ammette
che i diverbi erano unicamente verbali e precisa
come non siano avvenuti quegli altri episodi
denunciati (episodi di violenza fisica), i quali
erano frutto di fervida fantasia o esprimevano il
timore di ciò che poteva accadere, fraintendendo
mere minacce per accadimenti.
In questo caso Piero, presentato dalla moglie come
persecutore, è stato assolto dal reato di
maltrattamenti in famiglia “perché il fatto non
sussiste”.
Quale atteggiamento è meglio assumere di fronte a
un familiare coinvolto in un culto abusante? Il
comportamento conflittuale della famiglia in
separazione emerge prima della formalizzazione
legale della conflittualità in un contesto ben
preciso.
Di solito è facile dire al neofita: “Non
aderire!”, o: “Lasciali perdere!”, oppure
rinfacciargli cosa c’è di sbagliato nel gruppo
cui ha aderito; cosa ben più faticosa è stare ad
ascoltare che cosa egli vi trovi di attraente.
Capire non significa necessariamente approvare:
l’ascolto non implica la condivisione dello
stile di vita o delle “verità” proposti dal
gruppo, ma richiede il rifiuto di un approccio
cinico e sprezzante della “fede” scoperta
dall’adepto; né l’ascolto impone di tacere
sul fatto che il gruppo cui la persona cara è
interessata, o cui ha aderito, può esigere molti
più soldi o impegno di quanto appaia a prima
vista o su altre specifiche preoccupazioni: se
esistono veri motivi di preoccupazione, è
necessario presentarli alla persona il più presto
possibile, con calma e precisione; evitate le
vaghe generalizzazioni; ripetere informazioni
sensazionalistiche, senza averle verificate come
autentiche, può solo contribuire a confermare
nella mente del neofita l’idea che
dall’esterno la gente distorca la “verità”
per fini malevoli.
In definitiva, uno degli obiettivi primari di
questo ascolto consiste nel valutare se
l’affiliato abbia perso, o corra il rischio di
perdere, il proprio senso di responsabilità
individuale. Infatti, per certe persone il fatto
di “abbandonarsi tra le braccia del gruppo” può
comportare la rimozione o la soppressione della
percezione di sé come individuo con diritti e
responsabilità.
Incoraggiare l’adepto a pensare da sé non vuol
dire convincerlo a pensarla come noi, però è
possibile che, invitandolo a parlare dei nuovi
princìpi e delle sue esperienze, lo si possa
indurre a riconsiderare il gruppo in un modo che
non comporti semplicemente la ripetizione delle
frasi fatte o del linguaggio astruso con cui certi
gruppi isolano i loro membri dal mondo esterno.
In sintesi. Cosa è bene fare?
Leggete tutto quello che potete sui metodi di
condizionamento mentale usati dai culti abusanti,
e sulla storia del gruppo in cui è coinvolto il
vostro familiare. Essere ben informati e sentirsi
a proprio agio su ciò che sapete avrà un duplice
effetto: farà colpo sul vostro familiare e vi
aiuterà a sentirvi sicuri di ciò che credete.
Adottate un atteggiamento problematico, non
essendo critici in modo preconcetto, ma
mostrandovi interessati a ciò che il
familiare-adepto sta imparando. Dimostrategli che
anche a voi interessa conoscere la verità.
Provate a fare in modo che il vostro familiare si
incontri con ex seguaci di altri movimenti,
lasciando che si scambino le rispettive
esperienze.
Siate molto pazienti!
Entro quali limiti lo Stato dovrebbe intervenire
nei confronti dei culti abusanti? E’ difficile
tracciare un limite perché ci muoviamo su un
terreno estremamente scivoloso.
Sostanzialmente lo Stato dovrebbe assumere un
triplice ruolo:
1. quello dell’informazione e della prevenzione;
2. quello dell’assistenza e dell’ascolto;
3. quello repressivo nei confronti delle attività
illegali: maltrattamenti fisici, sfruttamento
sessuale, privazione della libertà, tratta di
esseri umani, istigazione a comportamenti
aggressivi, divulgazione di tesi razziste, frodi
fiscali, traffico illegale di capitali, traffico
di armi, esercizio illegale della medicina.
Cosa non fare
Non attribuite al coniuge-adepto epiteti
offensivi, non ditegli che si trova in una setta.
Evitate ogni tipo di linguaggio accusatorio.
Non date al coniuge-adepto pubblicazioni
“contro” il gruppo cui aderisce, a meno che
non crediate veramente che saranno lette,
altrimenti egli percepirà il materiale come un
attacco e si “chiuderà a riccio”.
Non minacciatelo con l’arma del cacciar via da
casa, o del divorzio o di portar via i bambini
ecc. Fategli sapere quanto lo amate standogli
accanto.
Non dite contro il gruppo cose che non potete
dimostrare, perché non vi prenderà sul serio.
Quella che definiamo “conflittualità in
famiglie religiosamente divise” potrebbe avere
tutt’altra evoluzione se fosse espressa, ad
esempio, non in un contesto di conflittualità
legale, ma in strutture di mediazione. Infatti,
per aiutare queste coppie, si auspica la
possibilità di ricorso a strutture specializzate,
adatte a svolgere compiti di mediazione familiare,
ma anche di consulenza o di terapia familiare, in
funzione delle specifiche esigenze connesse a
problematiche di abusi e condizionamenti mentali,
ai quali anche il magistrato può suggerire di
rivolgersi, se lo ritiene opportuno, e presso i
quali la coppia è tenuta ad assumere le
informazioni di base (quale percorso, in quali
termini, con quali prospettive ecc.) restando
libera di servirsene fino in fondo o di
interrompere in qualsiasi momento la
collaborazione. Il punto è che, se pure il
conflitto trova una soluzione per via legale –
dettata da una razionalità giuridica spesso
distante dalle concrete esigenze psicologiche e
pratiche che lo scioglimento della famiglia
comporta – troppo spesso si lascia che il vero
conflitto, quello che ha inizio all’uscita del
tribunale, svolga le proprie conseguenze senza
l’ausilio di particolari forme di comprensione e
controllo.
Nei centri di consulenza di cui parliamo
dovrebbero operare persone con differenti
competenze: da psicologi, psichiatri, assistenti
sociali che conoscano le tecniche di controllo
mentale, a studiosi dei movimenti religiosi
controversi, a consulenti legali esperti in
problematiche giuridiche connesse
all’affiliazione a culti abusanti.
Sull’esempio di una proposta formulata
nell’ottobre 1998 da una Commissione governativa
svedese, sarebbe auspicabile la creazione di un
“Centro studi per le questioni di fede”. Uno
dei compiti principali di questo ente, oltre a
servire come centro di studio, potrebbe essere
quello di formazione del personale che nella
propria professione potrebbe entrare in contatto
con persone in crisi dovute alla loro adesione a
un culto abusante.
Sulla scorta delle raccomandazioni emerse nel 1996
in occasione di una Riunione congiunta sulle sette
della Commissione per le libertà pubbliche e per
gli affari interni del Parlamento europeo con i
rappresentanti delle commissioni omologhe dei
parlamenti nazionali, appare opportuno, per quanto
concerne le azioni concrete, dare la priorità
alla preparazione di programmi culturali ed
educativi che si rivolgano soprattutto ai gruppi
sociali più sensibili, ad esempio ai giovani.
Tali programmi dovrebbero contenere informazioni e
indicazioni serie in modo che gli individui
possano effettuare le scelte da soli, in piena
libertà. Per giunta, sarebbe opportuno informare
i giovani attraverso il sistema d’istruzione
pubblica e paritaria: si ritiene auspicabile che
lo studio del fenomeno settario venga aggiunto ai
programmi scolastici relativi agli studi sociali;
nelle scuole superiori si dovrebbe insegnare agli
studenti cosa sono i culti abusanti e quali sono
le tecniche per il controllo mentale.
Se non opportunamente monitorate, le attività del
culti abusanti continueranno a causare danni
psicologici, perfino fisici, a tanti cittadini che
non hanno la più pallida idea di cosa sia
l’impiego scorretto delle strategie di
persuasione. Finché non ci sarà una legge che
renda responsabili i culti abusanti per la
sistematica violazione dei diritti dei loro
affiliati, tali gruppi continueranno a ingannare
la gente in modo indisturbato, spacciandosi per
associazioni innocue e regolari. Al riguardo
sarebbe proficuo recuperare la proposta, contenuta
nel ddl n° 4605 del Senato della XIII
legislatura, di istituzione di una Commissione
parlamentare di inchiesta sulle sette in Italia.
Tra i compiti di questa commissione potrebbero
rientrare i seguenti:
1. studiare il fenomeno a livello nazionale e
procedere ad un’analisi approfondita dopo aver
ascoltato le autorità competenti, esperti,
associazioni in difesa delle vittime, le loro
famiglie, nonché qualunque persona risulti utile
a tale analisi;
2. studiare più specificamente le modalità di
reclutamento e le pratiche all’interno di gruppi
controversi in modo da determinare gli eventuali
abusi, precisare le loro organizzazioni, gli
strumenti dei quali dispongono e le pratiche che
violano soprattutto le legislazioni sociali e
fiscali;
3. fare il punto sugli strumenti giuridici
esistenti, compresa la giurisprudenza che consente
di punire le illegalità commesse dai movimenti
settari;
4. proporre raccomandazioni utili, sia a livello
nazionale che internazionale, al fine di adottare
misure destinate ad attirare l’attenzione delle
parti interessate sull’entità del fenomeno, le
sue forme, i suoi pericoli, gli strumenti per
combatterlo e l’attenzione da dedicare alle
vittime e alle loro famiglie.
Si pone poi il problema di completare il quadro
giuridico prevedendo un’eventuale incriminazione
penale della manipolazione psicologica o
dell’abuso della situazione di debolezza di una
persona. Al riguardo sono significative alcune
iniziative legislative attualmente all’esame del
Parlamento . Probabilmente, l’aspetto più
significativo di queste proposte è rappresentato
dalla previsione di integrazione dell’articolo
613 del codice penale, riconoscendo come reato
autonomo la manipolazione mentale; si tenta così,
da un lato, di contrastare il sempre più
sofisticato uso di tecniche idonee ad affievolire
la coscienza e, di conseguenza, la capacità
giuridica dei cittadini più esposti alle
suggestioni magiche, sataniche o esoteriche,
dall’altro, di proporre una soluzione al vuoto
lasciato dalla dichiarazione di incostituzionalità
del reato di plagio.
La legge deve proteggere equamente ogni forma di
libertà: tutti hanno il diritto di essere
protetti dall’illecita ingerenza esercitata dai
culti abusanti, dal punto di vista sia sociale che
individuale.
Nel febbraio 1998 la Direzione centrale della
polizia di prevenzione ha reso pubblica una
relazione sul tema Sette sataniche e nuovi
movimenti religiosi in Italia con la quale, nel
mentre si forniva un ampio elenco dei gruppi
oggetto di indagine, si individuava una serie di
pericoli insiti nella loro attività. Tra questi
pericoli si segnalava il ricorso a meccanismi
subliminali di fascinazione e ad altri metodi
scientificamente studiati per limitare la libertà
di autodeterminazione dei seguaci e per
coinvolgerne di nuovi; scopo di queste tecniche è
quello di aggirare le difese psichiche della
persona inducendola ad un atteggiamento acritico,
all’obbedienza cieca, alla vergogna di sé
qualora intenda liberarsi da un vincolo
associativo divenuto opprimente.
Per quanto riguarda i gruppi esaminati, anche se
noti da tempo alle Istituzioni, lo stato delle
conoscenze raccolte è spesso in ritardo rispetto
alla situazione effettivamente vissuta
all’interno dei gruppi. I motivi di tali lacune
vanno ricercati, da un lato, nella scarsa capacità
dei servizi specializzati di penetrare dietro la
facciata propagandistica del gruppo e,
dall’altro, nel numero notevole dei gruppi presi
in considerazione e nelle trasformazioni continue
di alcuni di essi. Non pochi gruppi svolgono un
ruolo attivo in questa mancanza di trasparenza non
fornendo informazioni, dando al mondo esterno
un’immagine falsata della propria organizzazione
reale o perseguendo obiettivi diversi da quelli
dichiarati. Questo comportamento è talvolta
radicato nell’ideologia professata dal gruppo.
Uno studio rigoroso dei culti controversi deve
chiedersi in che misura la libertà di
autodeterminazione sia rispettata, fino a che
punto l’adesione (e l’obbedienza) sia
volontaria e come il gruppo consenta agli
affiliati di andarsene in qualsiasi momento e
senza pressioni o di svincolarsi da altri obblighi
non direttamente riferiti al gruppo e accettati
passivamente. Tale riflessione si rivela
particolarmente importante per lo Stato, quando
singoli gruppi si spingono così oltre da
rifiutare le autorità legittimamente costituite e
quando l’ideologia del movimento è accessibile
solo a una cerchia di persone iniziate, è
trasmessa solo oralmente o in un ambito chiuso e
gli affiliati sono soggetti a sanzioni se viene
violata la segretezza dell’insegnamento.
Metodi come la manipolazione e l’indottrinamento
scatenano processi interni che sono difficilmente
riconoscibili dall’esterno. Tali processi si
svolgono spesso in un contesto ristretto o
perlomeno all’interno di un gruppo e, a
posteriori, non possono praticamente più essere
ricostruiti o provati. Inoltre, in questo contesto
le modalità secondo cui agiscono i metodi
manipolatori, in parte molto sottili, sono poco
note. D’altro canto, la valutazione è resa più
difficile dal fatto che la persona manipolata fa
anche la sua parte, nel senso che i suoi bisogni e
il suo disagio preparano il terreno affinché la
manipolazione possa esplicare i propri effetti.
Inoltre, la situazione legislativa presente rende
possibile alle organizzazioni in questione di
argomentare pubblicamente che le accuse rivolte
loro non riguardano l’associazione stessa, ma
che si tratterebbe piuttosto di un increscioso
comportamento imputabile a singoli soggetti.
Esperti avvocati, che tutelano gli interessi di
persone uscite da gruppi abusanti, fanno osservare
che certe autorità giudiziarie sono dell’avviso
che tali gruppi costituiscano un problema solo per
le persone deboli e predisposte e sono molto
prudenti nell’emanare provvedimenti motivati
dall’appartenenza a un movimento indottrinante,
a prescindere dal fatto che si tratti del bene di
un bambino, di divorzio, di danni fisici o
psichici. Secondo gli esperti, se il contesto è
religioso, o presunto tale, la cautela è quasi
sempre amplificata. I motivi di questa
“prudenza” si fondano in parte su una
valutazione non sufficientemente approfondita del
contenuto e dei confini della libertà religiosa.
Inoltre, spesso vi è il timore di dover procedere
a difficili delimitazioni o di provocare reazioni
sul piano legale o pubblico da parte dei gruppi
interessati. Mancano anche le conoscenze
sull’efficacia e sui pericoli delle strutture e
dei metodi tipici delle sette come pure la
conseguente comprensione dei problemi delle
persone vittime di gruppi abusanti. Il problema
posto da questi gruppi risiede innanzitutto nel
fatto che il libero arbitrio delle persone
interessate è pregiudicato, perciò una delle
contromisure da adottare consiste nel promuovere
la diffusione di informazioni critiche in merito
ai culti abusanti.
Concludendo, sono da considerarsi estremamente
pericolosi quei gruppi di potere che, creando
separazioni per fini propri che prescindono dal
benessere dell’uomo, minano i fondamenti della
società civile, a partire dalla distruzione del
sistema affettivo, biologico e dei valori
appartenenti alla storia dell’uomo.
di Achille Aveta
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