CONDIZIONAMENTO E COERCEZIONE 
IN FAMIGLIA
Cosa accade tre i coniugi

Dal quadro delle rilevazioni demografiche effettuate sulla struttura familiare nel corso degli anni, appare evidente come l’istituzione familiare non possa considerarsi una entità statica, ma risulti essere in progressivo cambiamento, sia per quanto riguarda la sua composizione che le sue dinamiche intra ed extrasistemiche. La famiglia, al pari degli altri sistemi, si ristruttura e si adatta in corrispondenza delle molteplici influenze ambientali; la configurazione e le funzioni familiari devono considerarsi strettamente connesse al contesto storico, sociale, economico e culturale di cui l’istituzione familiare si trova a far parte. 
Di fronte al tumulto di una conflittualità familiare le scelte religiose (che si tratti di soggetti non credenti o credenti) sembrano rimanere sullo sfondo. Comunque, si rilevano situazioni in cui la scelta religiosa di uno dei coniugi si esplicita come fattore importante all’interno della dinamica familiare e della stessa vicenda di separazione. Infatti, in determinate circostanze, l’appartenenza religiosa svolge un ruolo nella conflittualità familiare quando la “religione” è frapposta come barriera di fronte a qualsiasi possibilità di discussione e come disconferma di scelte e punti di vista, ed impedisce, nella relazione, di raggiungere il partner, quasi che l’appartenenza religiosa si ponesse come scudo per non essere raggiunti e, nel contempo, impedisce ogni possibilità di guardarsi dentro, di prendere contatto con sé e con gli altri. Parliamo, evidentemente, di una forma di religiosità che propone un sistema rigido di regole e norme di riferimento e sollecita l’adesione acritica e dogmatica ai principi di fede, scoraggiando ogni forma di contributo personale di pensiero e di relazione, offrendo ampie motivazioni all’isolamento dai rapporti sociali al di fuori del gruppo. Lo studio del fenomeno dei culti abusanti - quelli cioè che ricorrono ad un diffuso uso illecito di tecniche di persuasione e di condizionamento mentale – ha evidenziato come sia possibile, con modalità differenti, minare il rapporto dell’adepto con l’istituzione familiare di appartenenza. 
Un culto è abusante quando viola i diritti dei suoi componenti e li danneggia mediante il ricorso a tecniche ingannevoli di controllo mentale ; sono principalmente i metodi operativi che rendono un culto abusante. Il modo in cui un gruppo recluta le persone, e cosa accade dopo l’adesione, è determinante per stabilire se tale gruppo rispetta o meno il diritto di ognuno di scegliere autonomamente ciò cui vuole credere; se per reclutare e controllare gli affiliati si fa diffuso uso del controllo mentale, allora si calpestano i diritti civili delle persone coinvolte. 
Premettiamo che le tecniche di persuasione non sono, di per sé, negative; così come altre tecniche, possono essere adoperate per edificare o per demolire: possono essere applicate per offrire più sicurezza e libertà all’individuo o per renderlo schiavo. L’attuazione di strategie di persuasione, di per sé lecita, diventa illecita, per esempio, quando gli affiliati sono persuasi all’autolesionismo, al suicidio o a compiere atti di terrorismo “religioso”. In questo contesto, parliamo di controllo mentale come di un sistema di influenze capaci di distruggere l’identità di un individuo, sostituendola con una nuova, intesa come l’insieme delle sue credenze, comportamento, pensiero ed emozioni: la diversa fisionomia mentale, nella maggioranza dei casi, non sarebbe mai stata accettata dalla precedente identità, se avesse potuto prevedere cosa le avrebbe riservato il futuro. Va pure evidenziato che siffatto controllo mentale avviene in maniera del tutto impercettibile.
Per indurre un’identità artificiale negli affiliati, distruggendone quella individuale, un culto abusante attiva un’articolata serie di elementi, tra i quali spiccano i seguenti processi di condizionamento :

1. inculcare continuamente negli affiliati sensi di colpa, fobie e paura di un nemico esterno (controllo delle emozioni); 
2. non tenere in alcuna considerazione chi la pensa diversamente dai vertici, non accettare alcun suggerimento relativamente alla leadership, ostracizzare i dissidenti (cieca obbedienza all’autorità);
3. riuscire a controllare molteplici aspetti della vita degli affiliati, come il modo di vestire o la scelta degli amici e del coniuge (controllo dell’ambiente);
4. promuovere rigidi programmi di vita quotidiana (controllo del comportamento); 
5. esercitare un rigoroso controllo dell’informazione e della comunicazione;
6. demonizzare le altre religioni (manipolazione mistica);
7. pretendere che l’ideologia venga prima della persona e definire i dubbi come “peccato”, con conseguente impossibilità di dare per scontata la fedeltà degli affiliati ai principi fondamentali della Costituzione (culto della lealtà al gruppo);
8. presentare i propri vertici come unici intermediari indispensabili per la salvezza (scienza sacra).

Una visione semplificata della realtà e dei rapporti umani, proposta in chiave di indifferenziazione o di scissione tra bene e male, la ricerca di una perfezione narcisistica al di fuori del confronto con il mondo, la rinuncia ad un pensiero autonomo e ad agire indipendentemente rientrano nell’ambito di quei processi che cercano di minare l’integrità e l’autonomia decisionale di una persona. L’essenza del controllo mentale consiste nell’incoraggiare la dipendenza e il conformismo e nel disincentivare l’autonomia e l’individualismo. Gli abusi più pericolosi colpiscono essenzialmente gli individui nella loro personalità. Constatiamo che, spesso, si tratta di manipolazioni che conducono alla destrutturazione della personalità, alla rottura con l’ambiente familiare, sociale, professionale, senza contare tante manipolazioni finanziarie.
Per dirla con Hassan, “il controllo mentale, chiamato anche ‘riforma del pensiero’, è sottile e raffinato. Coloro che lo esercitano sono considerati dalla vittima alla stregua di amici o di propri pari ed è per questo motivo che i meccanismi di autodifesa non entrano in azione.” 
In diverse occasioni è stato possibile osservare che l’adesione ad un culto abusante tende a mettere in crisi i rapporti fra i membri di una famiglia, soprattutto perché questi non sono più spontanei e diretti, ma mediati dagli insegnamenti di un capo carismatico o dagli ideologi del gruppo con il quale si instaura un rapporto privilegiato; spesso tali insegnamenti si prefiggono la rottura dei legami tra il neofita ed il mondo esterno alla setta, naturalmente del “mondo esterno” fanno parte anche quei familiari che non accettano l’ideologia del gruppo.
Non è possibile valutare esattamente il numero delle persone toccate dal problema delle famiglie “religiosamente divise” , e quindi la precisa rilevanza sociale del fenomeno. In questa sede alcune generalizzazioni sono conclusioni personali alle quali si è pervenuti sia attraverso un’attività “sul campo” sia grazie al confronto con alcuni ricercatori che hanno affrontato l’argomento. A questo riguardo assume particolare rilievo l’attività del CeSAP (Centro Studi Abusi Psicologici).
Tra le 456 richieste di assistenza, giunte al CeSAP nel solo anno 2002, il 23% dei richiedenti aveva problemi di separazione/divorzio a causa dell’adesione di uno dei coniugi ad un gruppo settario. Il 10% aveva già attivato causa di divorzio, mentre la restante percentuale viveva una condizione da “separati in casa” o si apprestava a procedere legalmente. Nell’80% dei casi sono le donne che aderiscono a qualche ideologia, che poi crea conflitto nell’ambito familiare.
La psicologa Lorita Tinelli, presidente nazionale del CeSAP, fa comunque notare che se i dati sono parziali, lo sono per difetto. Trattandosi di un osservatorio permanente che deve la sua esistenza al lavoro di volontariato, può incontrare qualche “disattenzione”. 
Per quanto riguarda le problematiche emerse con maggiore preponderanza, si possono individuare le modalità con le quali il coniuge settario giunge a negare la propria affettività per il partner che sente non appartenergli più.
Una modalità con la quale si persegue la rottura con il coniuge non coinvolto è la cosiddetta “tecnica della profezia che si autoadempie”. Il reclutatore del culto abusante “profetizza” al neofita che presto quest’ultimo sarà messo alla prova (o tentato dalle forze del Male) attraverso familiari ed amici. Inevitabilmente questa “profezia” si adempie non appena il coniuge, i parenti e gli amici notano dei cambiamenti nell’uso del linguaggio o del comportamento del proprio caro neofita, e gli esternano le loro perplessità con inviti più o meno espliciti a diffidare del gruppo cui si è avvicinato. Queste raccomandazioni vengono recepite dal neofita come “macchinazioni sataniche” e inducono nel neofita una iniziale diffidenza nei confronti del coniuge e di quanti gli appaiono come strumenti inconsapevoli di Satana! Di contro, il neofita sarà indotto a ricercare sicurezza nel gruppo che ha previsto le sue attuali “difficoltà” con la famiglia. 
Altra modalità con la quale i culti abusanti realizzano la rottura tra il neofita e la sua famiglia consiste nell’inviare l’adepto “in missione” in paesi lontani, allo scopo di impedire ogni influenza da parte di parenti ed amici. Si sono verificati casi in cui i familiari non riescono a sapere dove vive il loro caro che ha aderito ad un gruppo abusante. In queste circostanze è evidente che il disagio affettivo del neofita, centrato anche sulla negazione forzata della propria famiglia d’origine, è tale da generare dei veri e propri misconoscimenti della realtà.
Tra le diverse tipologie di separazioni, divorzi e cessazioni di convivenze si sta facendo strada quella di chi chiede la separazione (o la subisce) da un partner settario, non a causa di una generica “incompatibilità di carattere”, ma in forza della trasformazione della personalità subita da quest’ultimo. Dallo studio, basato sull’analisi dei colloqui e sulla disamina della documentazione (provvedimenti giudiziari, memorie, relazioni degli assistenti sociali, relazioni dei consulenti d’ufficio e di parte), si evincono i radicali cambiamenti dell’adepto, lamentati dal coniuge o dai familiari, successivi all’adesione al gruppo ed additati a “prova” dell’avvenuto condizionamento mentale.
Più precisamente l’adepto cerca d’imporre all’intera famiglia norme, ritmi, orari, amicizie diversi. Lentamente i vecchi amici sono sostituiti dai nuovi; i parenti “carnali” devono cedere il posto a quelli “spirituali”, mentre spesso sono cancellate ricorrenze e festività. Gli orari e i ritmi familiari sono piegati alle esigenze del gruppo. Il progressivo cambiamento avviene anche nei dettagli, come nel vestire, nella cura della persona o nella scelta delle letture. Non mancano, per ultimo, i tentativi - a volte assillanti - di “convertire” i propri familiari, soprattutto i figli minori.
Di solito, uno dei parametri che misura il grado di adesione del neofita al gruppo è dato dalla sua capacità di usarne con proprietà e frequenza il gergo. L’acquisizione e l’uso di un nuovo linguaggio è indice di una avvenuta riforma del pensiero.
Questo “cambiamento di mentalità”, così tanto raccomandato dal gruppo, si traduce poi in atti concreti e comportamenti rilevabili, come pure in un diverso atteggiamento nei confronti del mondo e della vita, ovviamente nel senso voluto dal gruppo. Il soggetto tende ad essere, ad esempio, più fatalista ovvero meno motivato al miglioramento della propria condizione socio-economica, all’avanzamento nella carriera, al conseguimento di un titolo di studio superiore come pure all’impegno nel sociale o a coltivare i propri interessi durante il tempo libero. Attraverso le lenti dell’ideologia del gruppo tutto perde significato e contorni, rendendo vacui ed inutili ogni impegno o interesse non previsti dallo stesso gruppo.
La rottura nella famiglia è provocata dall’unidirezionalità e dall’indiscutibilità delle decisioni prese solo dal coniuge settario, a cui l’altro non riesce ad adattarsi. 
Il riferimento a un caso concreto può contribuire a una più efficace illustrazione del fenomeno. 
Silvio, impiegato, e Clelia, casalinga, erano una coppia affiatata e impegnata nel sociale. Agli inizi degli anni Novanta Clelia veniva in contatto con un culto controverso. Silvio si cominciò a lamentare soprattutto perché, da quando lei aveva iniziato ad impegnarsi nel gruppo, “trascurava i suoi impegni familiari”: non era più scrupolosa nelle faccende domestiche, verso i figli e il marito e passava la maggior parte del suo tempo a svolgere attività promosse dal gruppo. Egli riteneva che, da quando la moglie aveva aderito al gruppo, i rapporti si erano deteriorati. Il marito sosteneva che ammirava molte delle qualità della moglie prima del loro matrimonio, cioè onestà, sincerità, integrità, preoccupazione per gli altri, ferma intenzione di salvaguardare il matrimonio ecc., ma da quando si era impegnata con il gruppo, molte di queste qualità, secondo lui, erano cambiate. Il marito asseriva che erano stati molto legati l’uno all’altra e avevano avuto un rapporto eccellente finché non si era intromesso il gruppo.
La volontà di “individuare i reali motivi che avrebbero potuto convincere la moglie alla nuova ‘iniziazione’ religiosa” spinse Silvio a passare molto tempo a fare ricerche accurate sulla storia e sugli insegnamenti del gruppo; questo studio lo convinse della sua pericolosità per la propria famiglia. Impegno prioritario, nella vita di Silvio, divenne quello di convincere Clelia a lasciare il gruppo e ripristinare il clima familiare vigente prima dell’interferenza del gruppo nella coppia, ma le circostanze precipitarono al punto che, nel 1992, Silvio “si vide costretto a chiedere la separazione legale”. Nel caso di questa coppia, la nuova opzione religiosa della moglie costituiva l’unica causa dei problemi familiari; infatti, grazie soprattutto alla perseveranza di Silvio nel conservare – per oltre un anno - contatti costruttivi e non drammaticamente conflittuali con la moglie anche dopo la formalizzazione della separazione innanzi ai giudici, Clelia ha accettato la riconciliazione dopo che – per usare le parole pronunciate dalla donna dinanzi ai giudici - era “venuto meno l’unico vero motivo della separazione, in quanto si era dissociata dalla pratica religiosa” abbracciata in precedenza.
In sede giudiziaria, è difficile descrivere e documentare situazioni e comportamenti di questo tipo; per giunta, il coniuge affiliato talvolta ricorre alla vessazione del partner attraverso accuse gravi e infondate, per lo più di presunte violenze, spesso di carattere sessuale. Per illustrare riferiamo la vicenda di una coppia italiana. Anche in questo caso, dopo il matrimonio e dopo la nascita di figli, la moglie aderisce a un culto controverso; riferiamo la vicenda così come prospettata dall’adito giudice penale . Elena si ritiene portatrice della parola salvifica che le viene dettata dalla fede religiosa che ha recentemente abbracciata e ritiene in buona fede di indirizzare la vita familiare secondo i dettami della sua fede. E’ ovvio che il marito, Piero, opponga resistenza vedendo crollare i principi cui, secondo la tradizione italica e secondo i dettami della religione cattolica, aveva improntato il suo nucleo familiare. I contrasti sono violenti e i diverbi aspri e severi fintanto che Elena e i figli presentano una querela per maltrattamenti, tutta pervasa da accenti a forti tinte, da linguaggio fanatico. Dopo un lungo e serrato confronto, fatto anche in aule giudiziarie, i querelanti presentano una remissione di querela e una revoca di parte civile, affermando che i fatti denunciati non dovevano essere considerati quali finalizzati al reato di maltrattamenti in famiglia: Elena ammette che i diverbi erano unicamente verbali e precisa come non siano avvenuti quegli altri episodi denunciati (episodi di violenza fisica), i quali erano frutto di fervida fantasia o esprimevano il timore di ciò che poteva accadere, fraintendendo mere minacce per accadimenti.
In questo caso Piero, presentato dalla moglie come persecutore, è stato assolto dal reato di maltrattamenti in famiglia “perché il fatto non sussiste”.
Quale atteggiamento è meglio assumere di fronte a un familiare coinvolto in un culto abusante? Il comportamento conflittuale della famiglia in separazione emerge prima della formalizzazione legale della conflittualità in un contesto ben preciso. 
Di solito è facile dire al neofita: “Non aderire!”, o: “Lasciali perdere!”, oppure rinfacciargli cosa c’è di sbagliato nel gruppo cui ha aderito; cosa ben più faticosa è stare ad ascoltare che cosa egli vi trovi di attraente. Capire non significa necessariamente approvare: l’ascolto non implica la condivisione dello stile di vita o delle “verità” proposti dal gruppo, ma richiede il rifiuto di un approccio cinico e sprezzante della “fede” scoperta dall’adepto; né l’ascolto impone di tacere sul fatto che il gruppo cui la persona cara è interessata, o cui ha aderito, può esigere molti più soldi o impegno di quanto appaia a prima vista o su altre specifiche preoccupazioni: se esistono veri motivi di preoccupazione, è necessario presentarli alla persona il più presto possibile, con calma e precisione; evitate le vaghe generalizzazioni; ripetere informazioni sensazionalistiche, senza averle verificate come autentiche, può solo contribuire a confermare nella mente del neofita l’idea che dall’esterno la gente distorca la “verità” per fini malevoli.
In definitiva, uno degli obiettivi primari di questo ascolto consiste nel valutare se l’affiliato abbia perso, o corra il rischio di perdere, il proprio senso di responsabilità individuale. Infatti, per certe persone il fatto di “abbandonarsi tra le braccia del gruppo” può comportare la rimozione o la soppressione della percezione di sé come individuo con diritti e responsabilità.
Incoraggiare l’adepto a pensare da sé non vuol dire convincerlo a pensarla come noi, però è possibile che, invitandolo a parlare dei nuovi princìpi e delle sue esperienze, lo si possa indurre a riconsiderare il gruppo in un modo che non comporti semplicemente la ripetizione delle frasi fatte o del linguaggio astruso con cui certi gruppi isolano i loro membri dal mondo esterno. 

In sintesi. Cosa è bene fare?
Leggete tutto quello che potete sui metodi di condizionamento mentale usati dai culti abusanti, e sulla storia del gruppo in cui è coinvolto il vostro familiare. Essere ben informati e sentirsi a proprio agio su ciò che sapete avrà un duplice effetto: farà colpo sul vostro familiare e vi aiuterà a sentirvi sicuri di ciò che credete.
Adottate un atteggiamento problematico, non essendo critici in modo preconcetto, ma mostrandovi interessati a ciò che il familiare-adepto sta imparando. Dimostrategli che anche a voi interessa conoscere la verità. 
Provate a fare in modo che il vostro familiare si incontri con ex seguaci di altri movimenti, lasciando che si scambino le rispettive esperienze. 
Siate molto pazienti! 
Entro quali limiti lo Stato dovrebbe intervenire nei confronti dei culti abusanti? E’ difficile tracciare un limite perché ci muoviamo su un terreno estremamente scivoloso. 
Sostanzialmente lo Stato dovrebbe assumere un triplice ruolo:

1. quello dell’informazione e della prevenzione;
2. quello dell’assistenza e dell’ascolto;
3. quello repressivo nei confronti delle attività illegali: maltrattamenti fisici, sfruttamento sessuale, privazione della libertà, tratta di esseri umani, istigazione a comportamenti aggressivi, divulgazione di tesi razziste, frodi fiscali, traffico illegale di capitali, traffico di armi, esercizio illegale della medicina.

Cosa non fare
Non attribuite al coniuge-adepto epiteti offensivi, non ditegli che si trova in una setta. Evitate ogni tipo di linguaggio accusatorio.
Non date al coniuge-adepto pubblicazioni “contro” il gruppo cui aderisce, a meno che non crediate veramente che saranno lette, altrimenti egli percepirà il materiale come un attacco e si “chiuderà a riccio”. 
Non minacciatelo con l’arma del cacciar via da casa, o del divorzio o di portar via i bambini ecc. Fategli sapere quanto lo amate standogli accanto.
Non dite contro il gruppo cose che non potete dimostrare, perché non vi prenderà sul serio.

Quella che definiamo “conflittualità in famiglie religiosamente divise” potrebbe avere tutt’altra evoluzione se fosse espressa, ad esempio, non in un contesto di conflittualità legale, ma in strutture di mediazione. Infatti, per aiutare queste coppie, si auspica la possibilità di ricorso a strutture specializzate, adatte a svolgere compiti di mediazione familiare, ma anche di consulenza o di terapia familiare, in funzione delle specifiche esigenze connesse a problematiche di abusi e condizionamenti mentali, ai quali anche il magistrato può suggerire di rivolgersi, se lo ritiene opportuno, e presso i quali la coppia è tenuta ad assumere le informazioni di base (quale percorso, in quali termini, con quali prospettive ecc.) restando libera di servirsene fino in fondo o di interrompere in qualsiasi momento la collaborazione. Il punto è che, se pure il conflitto trova una soluzione per via legale – dettata da una razionalità giuridica spesso distante dalle concrete esigenze psicologiche e pratiche che lo scioglimento della famiglia comporta – troppo spesso si lascia che il vero conflitto, quello che ha inizio all’uscita del tribunale, svolga le proprie conseguenze senza l’ausilio di particolari forme di comprensione e controllo.
Nei centri di consulenza di cui parliamo dovrebbero operare persone con differenti competenze: da psicologi, psichiatri, assistenti sociali che conoscano le tecniche di controllo mentale, a studiosi dei movimenti religiosi controversi, a consulenti legali esperti in problematiche giuridiche connesse all’affiliazione a culti abusanti.
Sull’esempio di una proposta formulata nell’ottobre 1998 da una Commissione governativa svedese, sarebbe auspicabile la creazione di un “Centro studi per le questioni di fede”. Uno dei compiti principali di questo ente, oltre a servire come centro di studio, potrebbe essere quello di formazione del personale che nella propria professione potrebbe entrare in contatto con persone in crisi dovute alla loro adesione a un culto abusante. 
Sulla scorta delle raccomandazioni emerse nel 1996 in occasione di una Riunione congiunta sulle sette della Commissione per le libertà pubbliche e per gli affari interni del Parlamento europeo con i rappresentanti delle commissioni omologhe dei parlamenti nazionali, appare opportuno, per quanto concerne le azioni concrete, dare la priorità alla preparazione di programmi culturali ed educativi che si rivolgano soprattutto ai gruppi sociali più sensibili, ad esempio ai giovani. Tali programmi dovrebbero contenere informazioni e indicazioni serie in modo che gli individui possano effettuare le scelte da soli, in piena libertà. Per giunta, sarebbe opportuno informare i giovani attraverso il sistema d’istruzione pubblica e paritaria: si ritiene auspicabile che lo studio del fenomeno settario venga aggiunto ai programmi scolastici relativi agli studi sociali; nelle scuole superiori si dovrebbe insegnare agli studenti cosa sono i culti abusanti e quali sono le tecniche per il controllo mentale. 
Se non opportunamente monitorate, le attività del culti abusanti continueranno a causare danni psicologici, perfino fisici, a tanti cittadini che non hanno la più pallida idea di cosa sia l’impiego scorretto delle strategie di persuasione. Finché non ci sarà una legge che renda responsabili i culti abusanti per la sistematica violazione dei diritti dei loro affiliati, tali gruppi continueranno a ingannare la gente in modo indisturbato, spacciandosi per associazioni innocue e regolari. Al riguardo sarebbe proficuo recuperare la proposta, contenuta nel ddl n° 4605 del Senato della XIII legislatura, di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle sette in Italia. Tra i compiti di questa commissione potrebbero rientrare i seguenti:

1. studiare il fenomeno a livello nazionale e procedere ad un’analisi approfondita dopo aver ascoltato le autorità competenti, esperti, associazioni in difesa delle vittime, le loro famiglie, nonché qualunque persona risulti utile a tale analisi;
2. studiare più specificamente le modalità di reclutamento e le pratiche all’interno di gruppi controversi in modo da determinare gli eventuali abusi, precisare le loro organizzazioni, gli strumenti dei quali dispongono e le pratiche che violano soprattutto le legislazioni sociali e fiscali;
3. fare il punto sugli strumenti giuridici esistenti, compresa la giurisprudenza che consente di punire le illegalità commesse dai movimenti settari;
4. proporre raccomandazioni utili, sia a livello nazionale che internazionale, al fine di adottare misure destinate ad attirare l’attenzione delle parti interessate sull’entità del fenomeno, le sue forme, i suoi pericoli, gli strumenti per combatterlo e l’attenzione da dedicare alle vittime e alle loro famiglie.

Si pone poi il problema di completare il quadro giuridico prevedendo un’eventuale incriminazione penale della manipolazione psicologica o dell’abuso della situazione di debolezza di una persona. Al riguardo sono significative alcune iniziative legislative attualmente all’esame del Parlamento . Probabilmente, l’aspetto più significativo di queste proposte è rappresentato dalla previsione di integrazione dell’articolo 613 del codice penale, riconoscendo come reato autonomo la manipolazione mentale; si tenta così, da un lato, di contrastare il sempre più sofisticato uso di tecniche idonee ad affievolire la coscienza e, di conseguenza, la capacità giuridica dei cittadini più esposti alle suggestioni magiche, sataniche o esoteriche, dall’altro, di proporre una soluzione al vuoto lasciato dalla dichiarazione di incostituzionalità del reato di plagio. 
La legge deve proteggere equamente ogni forma di libertà: tutti hanno il diritto di essere protetti dall’illecita ingerenza esercitata dai culti abusanti, dal punto di vista sia sociale che individuale. 
Nel febbraio 1998 la Direzione centrale della polizia di prevenzione ha reso pubblica una relazione sul tema Sette sataniche e nuovi movimenti religiosi in Italia con la quale, nel mentre si forniva un ampio elenco dei gruppi oggetto di indagine, si individuava una serie di pericoli insiti nella loro attività. Tra questi pericoli si segnalava il ricorso a meccanismi subliminali di fascinazione e ad altri metodi scientificamente studiati per limitare la libertà di autodeterminazione dei seguaci e per coinvolgerne di nuovi; scopo di queste tecniche è quello di aggirare le difese psichiche della persona inducendola ad un atteggiamento acritico, all’obbedienza cieca, alla vergogna di sé qualora intenda liberarsi da un vincolo associativo divenuto opprimente.
Per quanto riguarda i gruppi esaminati, anche se noti da tempo alle Istituzioni, lo stato delle conoscenze raccolte è spesso in ritardo rispetto alla situazione effettivamente vissuta all’interno dei gruppi. I motivi di tali lacune vanno ricercati, da un lato, nella scarsa capacità dei servizi specializzati di penetrare dietro la facciata propagandistica del gruppo e, dall’altro, nel numero notevole dei gruppi presi in considerazione e nelle trasformazioni continue di alcuni di essi. Non pochi gruppi svolgono un ruolo attivo in questa mancanza di trasparenza non fornendo informazioni, dando al mondo esterno un’immagine falsata della propria organizzazione reale o perseguendo obiettivi diversi da quelli dichiarati. Questo comportamento è talvolta radicato nell’ideologia professata dal gruppo.
Uno studio rigoroso dei culti controversi deve chiedersi in che misura la libertà di autodeterminazione sia rispettata, fino a che punto l’adesione (e l’obbedienza) sia volontaria e come il gruppo consenta agli affiliati di andarsene in qualsiasi momento e senza pressioni o di svincolarsi da altri obblighi non direttamente riferiti al gruppo e accettati passivamente. Tale riflessione si rivela particolarmente importante per lo Stato, quando singoli gruppi si spingono così oltre da rifiutare le autorità legittimamente costituite e quando l’ideologia del movimento è accessibile solo a una cerchia di persone iniziate, è trasmessa solo oralmente o in un ambito chiuso e gli affiliati sono soggetti a sanzioni se viene violata la segretezza dell’insegnamento. 
Metodi come la manipolazione e l’indottrinamento scatenano processi interni che sono difficilmente riconoscibili dall’esterno. Tali processi si svolgono spesso in un contesto ristretto o perlomeno all’interno di un gruppo e, a posteriori, non possono praticamente più essere ricostruiti o provati. Inoltre, in questo contesto le modalità secondo cui agiscono i metodi manipolatori, in parte molto sottili, sono poco note. D’altro canto, la valutazione è resa più difficile dal fatto che la persona manipolata fa anche la sua parte, nel senso che i suoi bisogni e il suo disagio preparano il terreno affinché la manipolazione possa esplicare i propri effetti.
Inoltre, la situazione legislativa presente rende possibile alle organizzazioni in questione di argomentare pubblicamente che le accuse rivolte loro non riguardano l’associazione stessa, ma che si tratterebbe piuttosto di un increscioso comportamento imputabile a singoli soggetti.
Esperti avvocati, che tutelano gli interessi di persone uscite da gruppi abusanti, fanno osservare che certe autorità giudiziarie sono dell’avviso che tali gruppi costituiscano un problema solo per le persone deboli e predisposte e sono molto prudenti nell’emanare provvedimenti motivati dall’appartenenza a un movimento indottrinante, a prescindere dal fatto che si tratti del bene di un bambino, di divorzio, di danni fisici o psichici. Secondo gli esperti, se il contesto è religioso, o presunto tale, la cautela è quasi sempre amplificata. I motivi di questa “prudenza” si fondano in parte su una valutazione non sufficientemente approfondita del contenuto e dei confini della libertà religiosa. Inoltre, spesso vi è il timore di dover procedere a difficili delimitazioni o di provocare reazioni sul piano legale o pubblico da parte dei gruppi interessati. Mancano anche le conoscenze sull’efficacia e sui pericoli delle strutture e dei metodi tipici delle sette come pure la conseguente comprensione dei problemi delle persone vittime di gruppi abusanti. Il problema posto da questi gruppi risiede innanzitutto nel fatto che il libero arbitrio delle persone interessate è pregiudicato, perciò una delle contromisure da adottare consiste nel promuovere la diffusione di informazioni critiche in merito ai culti abusanti.
Concludendo, sono da considerarsi estremamente pericolosi quei gruppi di potere che, creando separazioni per fini propri che prescindono dal benessere dell’uomo, minano i fondamenti della società civile, a partire dalla distruzione del sistema affettivo, biologico e dei valori appartenenti alla storia dell’uomo. 

di Achille Aveta